L’affabulatore che dominava la televisione

20 Maggio 2016

Il rapporto di Pannella con la comunicazione In tv col bavaglio, la marijuana alla D’Eusanio

ROMA. «Stanno sequestrando l’informazione, non avevamo altro modo per dirvelo».

Il 18 maggio del 1978, negli studi Rai che ospitano le tribune elettorali referendarie, entrano quattro parlamentari radicali guidati da Marco Pannella. La sequenza propone per la prima volta dei politici in silenzio con un bavaglio in bocca. Il bavaglio diventa un simbolo, l’icona di una politica che stava cambiando pelle: immagini senza parole per venti lunghissimi minuti. Una rivoluzione.

«Fu il primo a capire le regole del mezzo, a cogliere che la televisione parla all’occhio e non all’orecchio, alla pancia e non al cervello» dice Edoardo Novelli, docente di Comunicazione politica all’università di Roma 3, che ne ha studiato il percorso. Dopo il bavaglio sono arrivati anche i cartelli appesi al collo, un’arte del narrare applicata alla politica, innovazione assoluta accanto alle grisaglie dei partiti tradizionali. «I Radicali erano una piccola formazione - spiega Novelli - gli altri portavano le masse in piazza mentre lui per fare notizia doveva rompere gli schemi e così s’inventò il “partito medium”».

Da qui partiva Giacinto detto Marco che con la comunicazione ha giocato e persuaso, smontando le regole e rompendo la relazione consueta tra politico e giornalista. Banalmente, si è detto che aveva fatto della provocazione il solo modo di portare avanti le battaglie radicali ma questo non basta a spiegare l’efficacia delle sue performance: immagini forti, certamente, ma anche contenuti. Così, lo ricordiamo quando faceva deragliare i dibattiti nelle tribune elettorali in bianco e nero un po’ noiose, quando costringeva ospiti e conduttori a inseguirlo in lunghissime prediche antisistema e contro il regime. «Sequestro di legalità, terrorismo di Stato», usava parole di rottura, prendeva in ostaggio la lingua oltre che i giornalisti che si perdevano nelle sue invettive tra decine di frasi subordinate. Mai un punto, impossibile interromperlo.

Ancora cartelli e bavagli nel 1981 quando in compagnia di Roberto Cicciomessere entrò di forza in uno studio del Tg2 ancora per denunciare la Rai di «furto d’informazione». La conduttrice Piera Rolandi andò avanti impassibile nella lettura delle notizie ma il blitz ebbe i suoi effetti. Con la stampa (il servizio pubblico della Rai in testa) era un rapporto di scambio, amore e odio, usava e si faceva usare quando fiutava l’inevitabile concorrenza tra giornalisti. Accorsero numerosi alla presentazione della candidatura della pornostar Cicciolina e lui li accolse ridendo: «Ah, vedo che siete venuti tutti ma io non ve l’ho portata...». Gli avversari lo accusavano di fare politica spettacolo ma Pannella andava oltre perché fu il primo a mettere davanti il suo corpo. Lo usò molto prima di Berlusconi, così come anticipò Grillo con la sua follia provocatoria, istrionica e spiazzante.

Lo fece con decine di digiuni, gli infiniti travestimenti: Pannella babbo natale, fantasma, Pannella nudo in teatro e che offre la marijuana in tv ad Alda D’Eusanio, che ruba la scena a Costanzo quando bevette in diretta l’urina. È sempre lui che si mostra prima davanti alle idee: oggi è diventato consueto, allora era una vera rivoluzione.

Nel suo rapporto con i media è impossibile prescindere dalla storia di Radio radicale creatura nata e cresciuta insieme all’ascesa del suo leader. Prima di tutto la diffusione degli ideali liberali e libertari senza censura e veti, ciò che Pannella ha contrastato con più vigore. Ieri, dopo la notizia della sua morte, è partito il requiem. Un omaggio al suo condottiero ma anche unica colonna sonora di una radio solo parlata.

In altre occasioni andava in onda quello di Verdi o di Fauré ma prima di dare la voce agli ascoltatori per l’ultimo saluto è stato scelto quello di Mozart. Classico e moderno ma sempre dedicato a lui, l’unico a finire tra le strofe di Francesco de Gregori nel Signor Hood, un galantuomo, sempre ispirato dal sole, con due pistole caricate a salve e un canestro pieno di parole.

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