L’anno scorso divieti per 40 giorni lungo due chilometri di litorale

22 Febbraio 2017

PESCARA. L’estate dell’anno scorso è stata rovinata dall’inquinamento del mare. Per ben undici volte, il sindaco Marco Alessandrini è stato costretto ad emanare i divieti di balneazione. L’interdizion...

PESCARA. L’estate dell’anno scorso è stata rovinata dall’inquinamento del mare. Per ben undici volte, il sindaco Marco Alessandrini è stato costretto ad emanare i divieti di balneazione. L’interdizione ha interessato addirittura due chilometri di litorale, a nord, dal porto fino all’altezza di via Mazzini; a sud, nella zona di Fosso Vallelunga.

Divieti obbligatori per legge, da far scattare per motivi precauzionali ogni volta che si manifestano piogge abbondanti, in quanto il depuratore non riesce a smaltire la grossa quantità di scarichi di reflui misti ad acque piovane e, quindi, una parte dei liquami finisce direttamente nel fiume con l’apertura delle pompe di sollevamento per il troppo pieno.

Per la verità, sono vent’anni che a Pescara si registrano problemi di inquinamento del mare. Le prime analisi sfavorevoli emersero addirittura nel 1997 con valori oltre i limiti nella zona a nord, tra il porto e via Balilla. E questo trend è poi proseguito, a fasi alterne, anche negli anni successivi.

Ma il fatto più drammatico accadde nell’estate di due anni fa, quando il 28 luglio del 2015 una frana di grosse dimensioni fece scivolare un ampio tratto dell’Asse attrezzato su una condotta fognaria di via Raiale danneggiandola gravemente. Quella rottura determinò la fuoriuscita di 30 milioni di litri di liquami direttamente nel fiume. Per alcuni giorni, il mare si trasformò in una fogna, ma il divieto di balneazione non scattò, perché l’ordinanza retrodatata al primo agosto spuntò successivamente. Per quell’episodio, partì un’inchiesta della magistratura con avvisi di garanzia per il sindaco Marco Alessandrini, il vice sindaco Enzo Del Vecchio e il dirigente del Comune Tommaso Vespasiano. I reati ipotizzati furono inizialmente omissione di atti d’ufficio e falso.

Poi, il 27 novembre di quell’anno, i pm della procura di Pescara Anna Rita Mantini e Mirvana Di Serio depositarono l’avviso di conclusione delle indagini a carico del sindaco, del vice e del dirigente. I pm chiesero l’archiviazione per il reato di falso in atto pubblico lasciando in piedi, per tutti e tre gli indagati, il reato meno pesante di omissione di atti d’ufficio.

Da allora, si registrò un susseguirsi di rotture della condotta, riparata più volte, e di sversamenti nel fiume. L’ex assessore Armando Foschi, esponente dell’associazione Pescara mi piace, presentò diversi esposti alla procura per segnalare i continui sversamenti.

Lo scenario non è migliorato nell’estate dell’anno scorso. Con l’inquinamento segnalato dalle analisi dell’Arta a giorni alterni. Si è assistito ad un continuo mettere e togliere i divieti di balneazione che, di fatto, hanno fortemente danneggiato l’immagine turistica della città. L’intero settore del turismo, a cominciare dai balneatori, per finire con gli albergatori, ha registrato un crollo degli affari. Ed è stata unanime la richiesta alle istituzioni locali di intervenire in tempo per salvare la prossima estate.

Dai balneatori è arrivata addirittura la proposta di posizionare un sistema di barriere mobili, a carattere temporaneo, per far convogliare le acque del fiume al largo della diga foranea. Ma quel progetto, inizialmente apprezzato dall’assessore regionale Mario Mazzocca, è finito in poco tempo in archivio.

Nel frattempo, è andato avanti il progetto di sfondamento della diga foranea per consentire al fiume di sfociare direttamente al largo ponendo così fine all’inconveniente della deviazione delle acque verso la costa nord. Inconveniente che ha comportato spesso un aumento dell’inquinamento nel primo tratto di litorale. Ma i lavori, annunciati più volte come imminenti, non sono ancora partiti. (a.ben.)

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