L’esperta: la pandemia ci lascerà più povertà e disuguaglianza

8 Maggio 2020

Alessandra Faggian, pro-rettrice del Gssi, descrive lo scenario dell’Abruzzo per il dopo emergenza La mancanza di liquidità colpirà soprattutto il ceto medio e i settori della ristorazione e del turismo 

L'AQUILA. «Il coronavirus aumenterà la disuguaglianza sociale. I piccoli imprenditori, il cosiddetto ceto medio, che ha chiesto aiuto e sostegno economico alle banche, in molti casi senza esito positivo, sprofonderà verso un livello di povertà relativa». È uno scenario a tinte fosche quello che Alessandra Faggian, scienziata, pro-rettrice e direttrice del Dipartimento di scienze sociali del Gssi, delinea per l'Abruzzo, sulla scia del resto d'Italia. Le difficoltà economiche scaturite dal lockdown, la difficoltà di ottenere anche solo i 25mila euro di finanziamento garantiti dallo Stato, la chiusura a riccio del sistema bancario, avranno riflessi negativi sull'andamento economico. E in Abruzzo, a pesare ancora di più, sarà l'effetto cumulativo della crisi del 2009, del sisma dell'Aquila e del Centro-Italia e, adesso, della pandemia. «Un substrato di criticità che impatterà sulle disuguaglianze tra i diversi ceti sociali», dice Faggian.
PMI IN CRISI
«Migliaia di piccole e medie aziende abruzzesi si ritroveranno, nei prossimi mesi, nel pieno di una crisi di liquidità», l'analisi della Faggian, «molte non riusciranno a sopravvivere, chiuderanno o falliranno. Gli imprenditori che non sono riusciti a mettere via dei risparmi negli anni passati avranno maggiori difficoltà. L'ultimo decennio è stato impegnativo con la crisi economica del 2009, che s è trascinata a più riprese e, in Abruzzo, si è sommata al doppio sisma. Si stanno sovrapponendo troppi livelli di complessità: la mancanza di liquidità è devastante sotto il profilo socio-economico».
Ad essere colpito maggiormente sarà il ceto medio. «Le piccole e medie imprese, che nelle aree centrali formavano la "terza Italia", con una concentrazione importante di settori tradizionali, hanno subìto uno choc importante, che si è sommato alla naturale concorrenza dei mercati esteri», spiega Faggian. «Il coronavirus ha accentuato queste criticità, con punte massime nel settore turistico e della ristorazione dove il contatto è più difficile da sostituire. Un esempio calzante è il crollo della filiera eno-gastronomica, del vino e della ristorazione, che fanno registrare flessioni considerevoli».
ACCESSO AI FONDI
«Uno dei problemi maggiori riguarda l'accesso ai finanziamenti», evidenzia Faggian, «con le banche che chiedono garanzie anche sui 25mila euro di prestito assicurato dallo Stato. Ma chi può dare tali garanzie è il soggetto meno in difficoltà, non quello che ha realmente bisogno di liquidità. ll coronavirus darà il colpo di grazia a tantissime attività produttive di piccole dimensioni, che non ce la faranno a ripartire. E questo aumenterà il divario sociale. Verranno colpiti maggiormente proprio i settori in crisi, le aziende che fanno fatica a far quadrare i bilanci. Il ragionamento è semplice», incalza Faggian, «nel momento in cui chiedi di qualificare l'accesso al credito crei un'ulteriore barriera, in quanto impedisci alle realtà più fragili di ottenere risposte. In altre parole, i ricchi diventeranno più ricchi e i poveri più poveri. Chi ce la farà a sopravvivere, a medio e lungo termine, potrà beneficiare della minore concorrenza del mercato, dato che molte imprese, nel frattempo, avranno gettato la spugna».
IMPATTO SOCIALE
Sussiste anche un problema sociale. «In poche settimane», fa notare Faggian, «abbiamo già assistito a tre suicidi: un lavoratore di Milano, l'altro a Lecce, l'ultimo di un imprenditore che non riusciva a pagare gli stipendi ai dipendenti. Una dinamica in crescendo che ricorda la crisi economica del 2009: la mancanza di liquidità di un'azienda non investe solo la sfera imprenditoriale, ma si riverbera sui dipendenti e sulle loro famiglie. Il titolare dell'impresa sente su di sé il peso e la responsabilità verso i lavoratori a cui non riesce a garantire un'entrata mensile. Il coronavirus è un'emergenza sociale, oltre che sanitaria ed economica».
QUANTO RISCHIA L'ABRUZZO?
“Terra resiliente", la definisce Faggian, facendo, ancora una volta, riferimento ai disastri naturali che hanno colpito la regione negli ultimi anni. «Gli abruzzesi sono sopravvissuti a due terremoti, ce la faranno anche questa volta, ma una pandemia è qualcosa di devastante, sotto l'aspetto sociale e delle relazioni. E viene ad effetto cumulativo, con l'Italia interamente investita dal problema: il che non consente di chiedere aiuti esterni in nome di una solidarietà economica che può risultare indispensabile nel momento di crisi profonda. Ripartire non sarà facile», afferma Faggian, «da una recente ricerca è emerso che il 41 per cento degli italiani avrà bisogno, con la fine del lockdown, di una consulenza psicologica. Dato che si riflette sull'Abruzzo. Non si può sottovalutare neanche il timore di uscire di casa dopo un periodo di chiusura forzata, riprendere una vita lavorativa e sociale normale. Questo elemento influenzerà anche la ripresa delle attività economiche. Non è facile superare la paura di tornare alle consuetudini di sempre, in una catena abitudinaria che il Covid-19 ha spezzato».
CONVIVENZA COL VIRUS
«Sperimenteremo dei meccanismi di adattamento», conclude Faggian, «quello che oggi ci sembra impossibile da affrontare, la convivenza con il virus, diventerà una nuova normalità. Ma in questo quadro, non possono mancare aiuti economici alle imprese, a tutti i livelli come elemento di sostegno alla ripresa di un tessuto economico e produttivo che prova a ripartire».
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