L’esperto che ha previsto l’attacco degli hacker russi

Teti, il docente della D’Annunzio, ha dato l’allarme con molti giorni di anticipo Ora lancia un nuovo avvertimento: «Sui social il pericolo dei profili incontrollati»
Il conflitto in Ucraina osservato da un'angolazione differente: quella dei social media come fonte di informazione e quella della sicurezza informatica, l'altra arma su cui fare leva per vincere la guerra. Antonio Teti, responsabile del settore Sistemi informativi e innovazione tecnologica dell'Università D'Annunzio di Chieti-Pescara ed esperto di cyber security, aveva previsto l'attacco degli hacker russi che si è concretizzato anche ai danni di diversi siti italiani, tra cui quello del Senato e della Difesa, rendendo complicato accedervi. Lo aveva fatto qualche giorno fa, tramite le colonne de Il Sole 24 Ore.
«Anche gli attacchi hacker», dice Teti, «sono uno strumento, seppur diverso dalla guerra tradizionale, per ottenere la vittoria e piegare un Paese».
Professor Teti, lei aveva previsto tutto. In base a quali segnali?
«Inizialmente la Russia non aveva puntato molto sulla "cyberwar", che si basa su metodologie di attacco ai sistemi informatici delle infrastrutture critiche di una nazione (poste, banche, organismi politici strategici) per cercare di bloccare un Paese. L'impostazione data al conflitto contro l'Ucraina era tradizionale, con l'utilizzo di carrarmati, armi, munizioni e aerei. Ma in breve tempo la Russia si è resa conto che non avrebbe vinto la guerra in un paio di settimane e ha preso n considerazione l'attacco informatico. Ho notato, da qualche tempo, una serie di attività tecniche insolite da parte del gruppo Killnet, allineato al governo di Putin e già famoso per aver hackerato siti negli Stati Uniti, Estonia, Polonia, Repubblica Ceca, comunque riconducibili alla Nato».
E, nel giro di qualche giorno, è scattato l'attacco informatico all'Italia.
«È solo l’ultima mossa che dimostra come l’annunciata guerra informatica tra Ucraina e Russia, che coinvolgerà pian piano molti altri Paesi, comincia a prendere corpo. Finora quella che doveva essere la prima autentica cyberwar del secolo si è manifestata con un basso profilo, ma già da gennaio scorso una settantina di siti web ucraini, tra cui il ministero degli Affari Esteri e quello dell’Istruzione, sono stati messi fuori uso grazie ad attacchi informatici provenienti da gruppi di hacker legati a Mosca e alla Bielorussia. E la tensione sta salendo. L'attacco all'Italia ne è una dimostrazione».
C'è una guerra informatica che si combatte sul web. Chi sono i protagonisti?
«La propaganda tramite piattaforme internet sta esplodendo in modo deflagrante: questo conflitto ha dimostrato come l'informazione e la disinformazione siano fondamentali sul piatto della bilancia del condizionamento dell'opinione pubblica. Dal 2014 assistiamo all’evoluzione di "news scrapers", letteralmente “raschiatori di notizie”, che utilizzano informazioni da fonti aperte ricavandole dal web, senza escludere le immagini di Google Maps o quelle satellitari da piattaforme specializzate come Maxar Technologies. In altri termini, si potrebbe dire che svolgono una parte di quel lavoro che viene realizzato quotidianamente dalle agenzie di intelligence governative. È stata proprio la guerra in Ucraina a conferire a questi influencer una legittimazione nel campo dell'informazione senza precedenti».
Con quali conseguenze?
«Importanti, sul piano politico e delle alleanze. Esiste una moltitudine di esperti “faida-te” che stanno assumendo un ruolo di riferimento fondamentale nel mondo dell'informazione e che fanno presa sulla popolazione. Alcuni profili sono passati, con l'esplosione della guerra, da 200 a 20milioni di follower. Ukraine Weapons Tracker è un profilo Twitter nato a febbraio scorso, a ridosso dell’inizio dell’invasione russa, e ha accumulato già 500mila follower. Il sito Bellingcat si propone come "investigative outlet", ma spesso si affida a giovani che mancano di una formazione specifica per la conduzione di attività di investigazione. Potrei citare moltissimi altri esempi. Justin Peden, che ha iniziato a dilettarsi in ricerche da fonti aperte a soli 13 anni, con l'invasione della Crimea da parte dei russi, ha creato un account Twitter finendo di vivere nel Donbass, nel tentativo di creare una rete informativa con gli ucraini e di dialogare con loro utilizzando l'applicazione Google Translate. Project Owl, una comunità privata di operatori Osint che fa della riservatezza una vera ossessione e viene spesso citata dal Washington Post e dal New York Times, ha visto crescere la sua base di membri dai 15mila di cinque settimane fa ai 30mila attuali. Ciò che rende questi profili particolarmente pregiati è la loro capacità di fornire aggiornamenti in tempo reale grazie anche alla possibilità di fagocitare notizie da una moltitudine di social media».
È un'informazione aderente alla realtà dei fatti?
«In questo conflitto stiamo assistendo alla generazione di nuovi e più nebulosi meccanismi di produzione di informazioni, che possono suscitare ulteriori difficoltà della comprensione della realtà dello scenario bellico in corso. La propaganda sul web, in questo momento, sta pesando a favore dell'Ucraina e lo dico esaminando meramente fatti e dati, senza alcun tipo di riferimento o schieramento politico. L’inesauribile proliferazione di informazioni provenienti da fonti spesso incontrollate e incontrollabili, vale per la Russia come per l'Ucraina, può determinare conseguenze inimmaginabili».
Come distinguere, sul web, il sottile confine tra informazione e disinformazione?
«Il mestiere della comunicazione va lasciato a chi lo sa fare, ai giornalisti. I social hanno costruito uno scenario fluido in cui ogni singolo cittadino può arrogarsi il diritto di produrre informazione che, troppo spesso, non è tale. E di condizionare intere masse. È qui che si crea lo scacchiere mostruoso che produce disinformazione. Quando vengono replicate e diffuse a dismisura notizie che non hanno fondamento, che vengono distorte, che non sono verificate o verificabili, ma fanno presa sui cittadini. Russia e Ucraina stanno combattendo anche la guerra del "cyberwar", dell'informazione web e degli attacchi informatici».

