L’Histoire d’O di Summa dall’oblio alla rinascita

12 Maggio 2017

L’enorme segno urbano realizzato dall’artista nel 1976 contro l’asse attrezzato recuperato col sostegno di Gianni di Jozz e donato al Museo delle Genti d’Abruzzi

PESCARA. In tanti, per anni, lo hanno scambiato per un bersaglio giallo disegnato sulla facciata in mattoni ocra della “dolce casa” narrata da D’Annunzio.
Qualcun altro ci ha visto un tunnel che indicava l’attraversamento del fiume Pescara. L’artista, invece, Franco Summa, che nel 1976 realizzò quell’enorme segno urbano in via delle Caserme, a pochi passi dalla casa natale del Vate, volle raffigurare plasticamente la rabbia nei confronti «di chi dimentica o violenta il passato» assegnando ai suoi concittadini un sonoro zero in storia e, al tempo stesso, volle esprimere con la sua opera «una “o” di sgomento per gli interessi negativi che si insinuano nella vita della città».
Quel segno che spiccava tra gli intonaci scrostati e i tetti fatiscenti della Pescara vecchia di allora fu denominato “Histoire d’O” o “O Istoria”. Per dieci anni rimase impresso sulla palazzina dove un tempo si trovava la casa chiusa, oggi crollata, come segno della contrapposizione degli artisti locali ai cambiamenti frenetici che stava vivendo il capoluogo adriatico, con la rivoluzione urbanistica e la costruzione dell’asse attrezzato considerato a lungo un «errore ambientale».
Dopo la stagione dell’oblio e dell’abbandono, un grosso frammento di quel monumento urbano realizzato da Summa e dai suoi allievi Ivano Villani, Franco Nicolini e Mario Brunetti, potrà essere restituito alla città. L’autore assieme a Gianni Giannandrea, storico titolare della Cantina di Jozz, uniti da un’amicizia che va avanti dall’anno della realizzazione dell’Histoire d’O e dell’inaugurazione del ristorante (ormai chiuso da alcuni anni), ha voluto recuperare la memoria di 41 anni fa restaurando a proprie spese e donando al Museo delle Genti d’Abruzzo ciò che resta dell’opera salvata dalla demolizione.
Il contratto di comodato d’uso gratuito, della durata di 19 anni, è stato firmato ieri. L’Histoire d’O, come ammette con entusiasmo il presidente del museo Roberto Marzetti, dopo aver trovato posto nel 1986 all’interno della Cantina di Jozz, sarà adesso posizionata nella sala delle riunioni del Museo delle Genti.
L’opera potrà essere ammirata da tutti i visitatori della struttura in via delle Caserme, che proprio in questi mesi ha inaugurato una nuova stagione, spalancando le sue porte alle esperienze più vivaci della rete culturale territoriale e alle contaminazioni con i diversi linguaggi artistici, dalla letteratura al cinema d’autore, dagli spettacoli teatrali all’arte digitale. L’autore Franco Summa, noto per le sue opere ambientali (“Un arcobaleno in fondo alla via” a Città Sant’Angelo, “Le Parole vivono nella Realtà le Cose nella Mente” a Castel di Sangro, “La Porta del Mare” a Pescara), ha voluto abbinare il frammento di muro a un’immagine, riportata su carta-cotone, in cui è riprodotta la vista del centro storico così come appariva nel 1976, prima della realizzazione dell’asse attrezzato.
«Oggi si parla tanto di memoria e di conservazione dei segni del passato», osserva Summa, «ma nella realtà a Pescara è stato fatto il contrario, tant’è vero che la parte vecchia è stata completamente modificata sia nell’aspetto architettonico e sia in quello urbanistico. Gli interventi impropri sono tantissimi, ma il maggiore è senza dubbio quella colata di cemento, piloni e asfalto rappresentata dall’asse attrezzato, in costruzione proprio in quegli anni». La sua Histoire d’O, concepita come un segno urbano aperto a molteplici interpretazioni «che riscrive il contesto ambientale storico riproponendolo ad una lettura critico-immaginativa», vide la luce proprio in quegli anni. «Era la primavera del 1976», ricorda l’autore, «quando mi feci prestare una scala a pioli da Giannandrea della Cantina di Jozz. Decisi di fermare le emozioni del presente tracciando quella grande “o” sulla casa di piacere che D’Annunzio chiamava “la dolce casa”. Scelsi il colore giallo per il contrasto con i mattoni della palazzina, con l’arco in pietra della porta murata e con il legno del portone sbarrato del piano terra. Quel colore acceso è stato riportato in vita dal restauro».
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