L’Honeypot apriva 50 anni fa: quando in pista si ballava coi vip

PESCARA. «È stata l'unica discoteca che per 30 anni ha avuto sempre lo stesso proprietario e la stessa gestione». Non ha dubbi Giacomo Iannone e lo rivendica con orgoglio, l'Honeypot di Montesilvano...
PESCARA. «È stata l'unica discoteca che per 30 anni ha avuto sempre lo stesso proprietario e la stessa gestione». Non ha dubbi Giacomo Iannone e lo rivendica con orgoglio, l'Honeypot di Montesilvano (al confine con Pescara) «non aveva rivali». Arrivato da Roma, dove già lavorava nel mondo della notte Iannone sceglie Pescara «per creare qualcosa di grande», racconta. «Ero indeciso tra Brindisi e Pescara, ma poi ho sposato un’abruzzese di Vasto, e ho scelto la seconda. Prima sono stato tre mesi ad osservarla. Ho preso atto che in città non c’era un locale del genere e ho deciso di aprirne uno io. Era il 1972. Sono stato molto fortunato, perché le prime persone che ho conosciuto una volta trasferito erano due pescaresi importanti che mi hanno aiutato a capire come funzionava la Pescara bene di allora e chi dovevo invitare per l'inaugurazione. Uno è morto purtroppo, Ivano Malaspina il proprietario del Nastro Azzurro, (altro locale cult della Pescara dell'epoca, ndc), l'altro non lo posso dire», ride. «Portai camerieri, barman e dj da Roma. Non c'era neanche un pescarese all'inizio nello staff, e la città ha visto la Dolce Vita autentica». Inizia così la storia di un locale che ha fatto ballare per 30 anni la città.
«Tutto era organizzato in maniera professionale», va avanti. «Non c’era una concorrenza dello stesso livello. Altre situazioni cambiavano gestione e mentre i locali aprivano e chiudevano, da me c’era sempre la fila davanti all’ingresso e avevo difficoltà perché tutti volevano entrare, ma io potevo far accedere al massimo 3-400 persone». Fred Bongusto, Gino Paoli, Franco Califano più volte, Enrico Montesano, Pippo Franco, Nino Frassica con i loro spettacoli. Lina Wertmuller, Alberto Tomba, Massimo Lopez, Simona Tagli, Giancarlo Giannini come clienti. E poi Ayrton Senna, Michael Schumacher, «piloti della Benetton, portati nel locale da un rappresentante importante che veniva sempre», ricorda Iannone. L’Honeypot, con quel nome dal sapore internazionale e un mega trompe l'oeil che raffigurava Gabriele d'Annunzio che a mo' di proprietario accoglieva i grandi artisti musicali degli anni '80, diventa crocevia del jet set.
«Facevamo un sacco di spettacoli», continua. «Ma i prezzi per i miei clienti non venivano mai maggiorati. Era qualcosa di speciale che riservavo per loro. Tutte queste accortezze messe insieme, fanno un’immagine». L’immagine di un locale che ancora oggi è scolpito nei ricordi. «Siamo stati anche fortunati, perché quel periodo lì era bello per tutta l'Italia. C’erano Versace, Armani, Fellini, Pasolini, Bertolucci, politici importanti. Non c'era il cellulare, una macchina infernale che ci ha allontanato. Per conoscersi dovevi andare a fare l’aperitivo da Berardo, al Nastro Azzurro e poi venivi all'Honeypot. Questo significava viversi, toccarsi. Il mio era davvero un luogo di relazione. Di mondanità. Quella controllata, non aperta a tutti». E poi c'era la musica. Quella che faceva ballare Pescara, allo stesso ritmo delle grandi città del divertimento. «All’epoca i dischi li acquistava il locale. I dj arrivavano qui e potevano mettere dischi che non si sentivano in nessun'altra discoteca del territorio», specifica. «Ero molto selettivo. Andavo a Ibiza, Londra e compravo la musica. Ho portato a Pescara una realtà che si viveva a Porto Cervo, Viareggio. Era una Pescara che aveva aperto gli occhi. Poi i tempi sono cambiati, le mode anche. Io avevo una bella età. Quando ho chiuso, nel 1998, ho venduto 30 mila dischi».

