L’inchiesta sui liquami nel fiume: in sei a processo, tre scagionati

Il gup Bortone: non luogo a procedere per Pierluigi Caputi, Ezio Di Cristoforo e Alessandro Antonucci Tra gli imputati, l’imprenditore Giovanni Di Vincenzo, Di Giovanni dell’Aca e l’ex capo del mattatoio
PESCARA. Si chiude, a distanza di cinque anni dall’apertura dell'inchiesta, la vicenda relativa all’inquinamento del fiume Pescara e di conseguenza del mare. Il gup Marco Bortone (chiamato in causa per l’incompatibilità di tutti i giudici delle udienze preliminari che in un modo o nell’altro, in questo lungo cammino, si sono occupati del caso) ha disposto il rinvio a giudizio per sei degli originari nove imputati che figuravano nel procedimento, oltre alle due società coinvolte: l’Aca e “L’Arte della macellazione”.
Il gup ha disposto il non luogo a procedere nei confronti di tre imputati: Pierluigi Caputi (in qualità di commissario unico straordinario degli Enti d'Ambito della Regione Abruzzo), Ezio Di Cristoforo (amministratore Aca dal 2008 al 2013), e Alessandro Antonucci (dirigente tecnico Ato). Questi tre sono stati prosciolti, per non aver commesso il fatto, da una serie di episodi relativi ai reati di gettito di cose pericolose e frode nelle pubbliche forniture. Lo stesso giudice Bortone ha anche disposto l’estinzione del reato di lesioni personali a carico di Antonacci, Caputi, Di Cristofaro, Bartolomeo Di Giovanni, Lorenzo Livello e l'imprenditore Giovanni Di Vincenzo, perché estinto per remissione di querela. Questa imputazione riguardava la denuncia presentata dai genitori di due bambini che, facendo il bagno in mare, erano stati colpiti da impetigine e gastroenterite batterica. Risarcite le parti offese e ritirata la querela, il reato (procedibile su querela), è stato quindi dichiarato estinto.
Fu un’inchiesta piuttosto complessa, alla quale presero parte i carabinieri forestali, la guardia di finanza e la guardia costiera e che rese necessarie anche due consulenze tecniche per approfondire una serie di aspetti anche di carattere ingegneristico, idraulico e chimico-biologico. E dunque, ad eccezione dei tre imputati completamente prosciolti, per gli altri sei l’impianto accusatorio del sostituto Andrea Papalia ha retto, tanto che il gup Bortone ha disposto per loro il rinvio a giudizio davanti al giudice monocratico Scalera per il 20 ottobre prossimo, per tutti i reati rispettivamente contestati che, a vario titolo, vanno dall’inquinamento ambientale per i plurimi sversamenti, alla gestione illecita e deposito incontrollato di rifiuti, dall’inadempimento e frode nelle pubbliche forniture.
Sul banco degli imputati, nel processo che si dovrà tenere, dovranno sedere Bartolomeo Di Giovanni, quale direttore generale e responsabile dei settori progettazione e depurazione dell’Aca; Lorenzo Livello, direttore tecnico dello stesso Ente; l'imprenditore Giovanni Di Vincenzo, legale rappresentante dell'Ati Di Vincenzo-Biofert; Giuliano D’Alessio, presidente del cda della società “Macellatori Teatini Società Cooperativa” che ha gestito il mattatoio pubblico di Pescara fino al 2016; Mario D’Alessio e Francesca Gagliardi, rispettivamente direttore del mattatoio e amministratore unico della società “L'Arte della macellazione”.
Gli episodi contestati, relativi ai reati elencati, sono tanti e riguardano un periodo che va fino al 2017.
Ed è stato lo stesso pm Papalia, al termine della sua requisitoria, ad evidenziare come l’attività della procura su questa delicata materia che incide sulla salute pubblica, ha poi permesso di giungere ai giorni d’oggi dove problemi del genere non si sono più verificati, tanto è vero che è arrivato anche il riconoscimento della bandiera blu a significare la bontà ambientale del mare pescarese.
Nel corso delle indagini, la procura fece scattare anche il sequestro di 26 scolmatori di piena dell’impianto fognario di Pescara e dell'impianto di depurazione e del relativo scarico del mattatoio comunale.
L’imprenditore Di Vincenzo è accusato di aver «omesso di esercitare il dovuto controllo e la dovuta sorveglianza sull’andamento della Convenzione per la concessione per gli interventi di gestione per 23 anni degli impianti del depuratore di Pescara», commettendo così il reato di frode nell’esecuzione del contratto. Di Vincenzo, che chiese al pm di essere interrogato, cercò di invano di spiegare la sua posizione: «Non mi sento in alcun modo responsabile», disse in sintesi al pm, «per le carenze infrastrutturali dell’impianto. Sono stato impossibilitato a fare i previsti lavori per una serie di circostanze e soprattutto per i lunghi sequestri a cui il depuratore è stato sottoposto negli anni». Ora la parola passa al dibattimento.
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