L’inferno è al lavoro? «Donne, denunciate chi vi perseguita»

4 Dicembre 2019

Allarme della Uil: «Al centro di ascolto 70-80 segnalazioni all’anno, ma spesso si fa spazio il timore di andare avanti»

PESCARA. «Gli appelli a non avere paura non sono mai troppi»: sarà pure la frase più ripetuta, ma il nocciolo è sempre lì, ed è su questo che insiste Fabiola Ortolano, segretario regionale Uil che segue lo sportello “Mobbing e stalking” del sindacato nella sede pescarese di via Tirino. Il centro di ascolto della Uil, la cui responsabile è Angela Di Canio, nei giorni scorsi ha sottoscritto un accordo con il centro antiviolenza Ananke presieduto da Doriana Gagliardone, per unire le rispettive competenze in materia di violenza sui posti di lavoro e violenze di genere.
Fabiola Ortolano, perché la gente si rivolge a voi?
«Il 60% delle persone lo fanno per i classici casi di mobbing, generalmente demansionamenti o altri tipi di pressioni sul posto di lavoro. Il resto sono molestie sessuali al lavoro ma anche in famiglia».
Quanti casi trattate?
«Nell’ultimo anno ne abbiamo ascoltati tra i 70 e gli 80, generalmente arrivati allo sportello dopo un primo contatto con il referente Uil di categoria. Un paio hanno avuto un seguito giudiziario per mobbing e un altro paio per violenze».
Non sono pochi rispetto alla quantità di persone che ha un primo approccio con lo sportello?
«Il problema è che spesso subentra la paura quando bisogna andare avanti. Paura delle conseguenze a livello lavorativo, cioè la perdita del reddito, oppure sociale. C’è ad esempio il timore di essere additate come responsabili di quanto accaduto. A volte è la famiglia stessa che invita a desistere. Spesso, quando diciamo “procediamo”, ci rispondono quel classico “vi faremo sapere” che in realtà è una rinuncia. Ma c’è pure una percentuale di scarsa fiducia nella giustizia: si teme molto che in sede legale abbia ragione il molestatore».
Chi va avanti che tutele ha?
«Si attiva una procedura, che passa per un consulto con uno psicologo e con un avvocato, e se necessario con un medico, con il supporto di un centro antiviolenza, nel nostro caso Ananke. Chi lavora ottiene un congedo retribuito, perché per ovvi motivi non può frequentare il posto di lavoro».
Vi contattano solo donne?
«C’è anche un 20% di uomini, nel nostro caso solo per mobbing, ma in altre regioni non sono mancati uomini che hanno denunciato molestie sessuali al lavoro».
Da dove arrivano gli utenti del centro di ascolto Uil?
«Da tutto l’Abruzzo, ma seguiamo pure diverse persone di fuori regione, gente che praticamente scappa. In questi casi si crea un vero e proprio percorso protetto, che garantisce anonimato e, se possibile, la “ricollocazione”. Che sicuramente è più agevole per i dipendenti pubblici, a differenza di quelli di piccole aziende. E probabilmente è qui che si verificano la maggior parte dei casi, oltre ad essere i posti dove c’è più ritrosia a denunciare».
Com’è la situazione in Abruzzo e a Pescara in particolare?
«In Italia esistono mediamente 1,2 centri di ascolto ogni centomila abitanti, nel Centrosud si arriva a 1,5, mentre nella nostra regione a 2,3. Ma le zone dove ce ne sono di meno, sono anche quelle dove si contano meno femminicidi. In Abruzzo, nell’anno in corso, ce ne stati quattro finora: non sono pochi rispetto al numero di abitanti. Diciamo che siamo soddisfatti della risposta che diamo, ma ovviamente lo saremmo di più se non ci fosse bisogno del nostro lavoro».
Il problema più grande?
«Incoraggiare. Quando non si affrontano certe situazioni si rischia di finire nelle statistiche dei femminicidi. Allora meglio il disagio giudiziario oggi che finire domani ad aggiornare quell’elenco».
©RIPRODUZIONE RISERVATA