L’odio fabbricato nelle banlieues
Le frange violente mescolano convinzione religiosa e progetto politico di radicalizzazione antagonista
di RENZO GUOLO
La guerra degli islamisti radicali contro la Francia - un simile attacco assume i connotati della guerra asimmetrica - ha un filo lungo. Alla Francia “crociata” gli jihadisti imputano il ruolo nei conflitti in Afghanistan , Iraq , Siria e Mali. Ma la colpa si estende anche al passato, dal momento che , per gli islamisti radicali, la pesante eredità coloniale di Parigi ha prodotto deculturazione e secolarizzazione, anche nei paesi della Mezzaluna. Alla Francia gli jihadisti imputano, inoltre, l’imposizione autoritaria di un modello di laicità negativa , il tentativo di fare emergere un associazionismo affidabile sul piano istituzionale a scapito delle organizzazioni radicali, bandite dalla scena pubblica e duramente represse. E, sopratutto, l’aver bombardato i musulmani nelle terre del Califfato, come affermano nel comunicato con il quale rivendicano gli attentati. Il riferimento è , in particolare , alla Siria, dove gli aerei tricolori sono entrati in azione da qualche tempo.
La guerra in Siria è un catalizzatore per i giovani radicali francesi. Lo si evince anche dal massiccio numero di foreign fighters transalpini che hanno raggiunto il paese della Mezzaluna fertile per combattere il jihad e quello, molto più ampio, dei simpatizzanti radicali che non hanno voluto o potuto espatriare.
Sono, infatti, circa millecinquecento i francesi riconducibili alla filiera islamista radicale coinvolti nel conflitto siro-iracheno negli ultimi quattro anni. L’età media è tra i 15 e i 30 anni. Sono aumentati, nel 2015, dell’84% rispetto all’anno precedente. I convertiti autoctoni sono circa un quarto del totale: il 22% degli uomini, il 27% delle donne. I francesi che si trovavano nelle zone di combattimento all’inizio del 2015 erano 413 fra cui 119 donne. In 261 hanno lasciato la regione : 200 dei quali per tornare in Francia. Alla metà del 2015 erano 126 i caduti in combattimento. Cifre che facevano presupporre quello che è accaduto.
Le partenze sarebbero state molte di più senza l’azione di prevenzione delle forze di sicurezza , che hanno fermato centinaia di persone prima che partissero, e i colloqui “dissuasivi” avviati dai servizi d’informazione , mirati a fare sentire al potenziali jihadisti il fiato sul collo dello Stato.
Un panorama ancora più problematico, se lo sguardo si allarga ai titolari di una scheda “S”, sigla che indica quanti sono ritenuti potenzialmente pericolosi per la sicurezza dello Stato: sono oltre cinquemila gli islamisti radicali che ricadono in questa classificazione. Cifra che impedisce la sorveglianza stretta di individui il cui grado di pericolosità è ritenuto elevato. Non è casuale che alcuni degli autori degli attentati che, a partire dal 2012, hanno periodicamente colpito il paese, fossero titolari di una fiche “S”. Lo era sicuramente uno degli attentatori uccisi a Parigi dalla polizia, originario della banlieue di Courcouronnes, già negli archivi dei servizi di informazione dal 2010.
Le banlieues, spazi di segregazione urbana divenuta segregazione sociale, sono incubatori della radicalizzazione. La . mancata integrazione , in assenza di politiche pubbliche falcidiate dalla crisi del welfare, dei giovani che le popolano. Il problematico rapporto tra i banlieusardes e le forze di polizia nei quartieri difficili, in un contesto nel quale la vita di strada ne fa presto clienti fissi di commissariati , innescando un odio verso i rappresentanti dello Stato che diventa odio verso lo Stato stesso. E che favorisce una radicalizzazione antagonista che si concretizza nel momento in cui quei giovani incontrano l’ideologia islamista.
L’aderire a una concezione del mondo che mescola insieme convinzione religiosa e progetto politico, appare loro un riscatto: per le sconfitte e le umiliazioni subite, per aver colpevolmente e inutilmente abbandonato, a favore della cultura occidentale, una credenza che essi riscoprono e, privi di solida conoscenza teologica, ritengono «l’autentico islam». Ma, a dimostrazione della forza dell’ideologia, quel messaggio riesce anche a fare proseliti tra autoctoni convertiti, che in quella visione totalizzante cercano un senso alla loro esistenza, e certezze indiscutibili, in una società caratterizzata da frammentazione e individualizzazione.
Non è casuale che molti di questi giovani, prima dell’incontro con l’ideologia jihadista, non avessero mai frequentato l’associazionismo religioso o che rifiutassero l’islam della tradizione appreso in famiglia, ritenuto inservibile in una società come quella francese. La loro reislamizzazione o conversione avviene sposando tesi come quelle che ritengono il jihad un obbligo personale del credente.
Credenza che li induce , in una plumbea notte parigina, a praticare quel jihad della vita quotidiana che, nell’intento di seminare il terrore e vanificare la sorveglianza, li porta a colpire bersagli destinati a generare un sanguinoso effetto sorpresa.
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