LA CORSA AD OSTACOLI DELL’ OBAMA BIANCO
La campagna elettorale più sorprendente ha prodotto infine il risultato più scontato. Al ballottaggio per l’Eliseo vanno il centrista Emmanuel Macron, 39 anni, il Piccolo Principe sbucato all’ultima...
La campagna elettorale più sorprendente ha prodotto infine il risultato più scontato. Al ballottaggio per l’Eliseo vanno il centrista Emmanuel Macron, 39 anni, il Piccolo Principe sbucato all’ultima curva della corsa con un movimento fondato solo un anno fa, e Marine Le Pen, 49 anni, la rodata leader dell’estrema destra xenofoba e antieuropea. Cancellata l’alternanza tra destra e sinistra, escono di scena i due partiti che hanno dominato la scena della Quinta Repubblica, i socialisti e i neogollisti (ora detti Républicains). La contrapposizione è ora tra un seppur inedito esponente del sistema e una campionessa antisistema, il vero dualismo del ventunesimo secolo. Per un voto a Macron al secondo turno si sono già espressi il socialista Hamon, uscito a pezzi da urne che hanno praticamente cancellato il suo partito, e il neo-gollista Fillon che ha molto rimontato dopo le accuse delle prebende indebite distribuite a moglie e figli, ma non al punto da conquistare uno dei due posti utili per giocarsi la presidenza.
Se la politica fosse aritmetica, l’addizione darebbe un risultato scontato e un ragazzo di provincia, esattamente di Amiens, si insedierebbe sulla poltrona più alta, una sorta di trono repubblicano, e gli sarebbero affidate le speranze di rilancio non solo della Francia prostrata dalla crisi economica e dagli attentati terroristici, ma della stessa Unione europea per la quale si è profuso nonostante l’impetuoso vento populista anti-Bruxelles. Per certi versi Macron ricorda il Barack Obama che, al primo mandato da senatore dell’Illinois e dunque relativamente inesperto, ruppe gli indugi pensando che il suo tempo era subito. L’Obama bianco si è messo “En marche!” ( nome della sua formazione) nel 2016 intuendo che si era aperto uno spazio nel disastro di consenso dei partiti tradizionali dentro il quale si poteva infilare, nonostante la sua postura da moderato, figura che non è mai stata popolare nel Paese in cui, anche per effetto della legge elettorale, il centro politico è il luogo di qualunque naufragio.
Marine Le Pen sarà l’ultimo ostacolo, ostico ma non impossibile. Il suo Front National ci ha abituato, anche in un recente passato nelle consultazioni regionali, a performance importanti al primo turno poi vanificate al secondo turno da una coalizione unanime contro un partito che sconta il retaggio di un passato impresentabile, mai completamente superato, dove trovavano voce persino pulsioni antisemite oltre che xenofobe e razziste. E, se è vero che siamo in una stagione nuova, è altrettanto vero che il bacino largo dei partiti di sistema si è sinora dimostrato largamente in grado di contrastare le tendenze più estremiste. Marine pensa di poter ancora sfruttare, nelle due settimane appassionanti da qui al ballottaggio, l’onda lunga partita dalla Brexit e approdata negli Stati Uniti di Trump. Favorita anche da temi che ha sempre cavalcato come immigrazione e terrorismo (ma l’ultimo attentato sui Campi Elisi non ha spostato granché i voti), oltre che dalla promessa del ritorno alla Francia sovranista che fu, chiusa nei suoi confini, una sirena soprattutto per gli abitanti della campagna.
Chiunque sarà l’inquilino dell’Eliseo dopo il 7 maggio, conviene tuttavia allungare, già da ora, lo sguardo fino a giugno e alle elezioni politiche che potrebbero consegnare un quadro probabile ancor più che possibile di un presidente senza una maggioranza in Parlamento, in una nuova versione della coabitazione dagli effetti imprevedibili. Né Emmanuel Macron né Marine Le Pen avrebbero dalla loro parte a priori un’assemblea legislativa con la quale lavorare in armonia. Il primo per la sostanziale mancanza di un partito, la seconda perché alla guida di una formazione verso la quale è sempre scattata la conventio ad excludendum. In ogni caso, dunque, la Francia uscita dal voto del 23 aprile si affaccia sul futuro sapendo di dover compiere un viaggio verso l’ignoto. Che sia un buon viaggio è la speranza non solo di tutti i francesi ma di ogni cittadino che tiene per cara la sorte del Vecchio Continente. Per esteso dell’occidente tutto del quale Parigi è pedina fondamentale.
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