La famiglia Orlando accusa «Non ci hanno difeso»

Il figlio e la moglie del pasticciere ucciso: la procura poteva fermare Grieco
PESCARA. «A mio padre gliel’avevo detto mille volte, non uscire da solo fuori dal negozio, non andare a buttare la spazzatura, perché quello ce l’aveva giurata. Ma mio padre non ci credeva che poteva arrivare a tanto». Il giorno dopo la tragedia, Alessio Orlando, 40 anni, primogenito di Giandomenico Orlando ha negli occhi solo il padre sanguinante. E un rimpianto che gli rimbomba nella testa: «Ho sbagliato io, lo dovevo stendere prima, da solo, lo facevo per la mia famiglia». Perché Alessio per due volte era stato aggredito da Giovanni Grieco, «da Raffaele» come lo conoscono tutti a Borgo Marino, ad agosto 2013 e a novembre 2014. «Sempre alle spalle, da infame», dice Alessio. «Si metteva sul balcone e aspettava che finivo di lavorare. E poi piombava all’improvviso, con le sue imboscate. Uno metodico che aveva solo un obiettivo, farcela pagare. Lo ripeteva sempre, me l’ha detto ogni volta che mi è piombato alle spalle: tanto ti ammazzo, ti uccido. E alla fine c’è andato di mezzo mio padre».
Occhi che sembrano fessure, Alessio si accende una sigaretta e dice: «L’abbiamo detto ai quattro venti che era pericoloso, l’abbiamo ripetuto sempre. Ogni volta andavamo a denunciare. Non ci siamo fatti mai intimidire dalle sue minacce, anche se ormai non uscivamo mai soli dal negozio, e anche quando aprivo o chiudevo, eravamo sempre in due, uno alzava la serranda e l’altro si guardava intorno, perché a questo eravamo arrivati. Ma nonostante tutte le segnalazioni, nessuno l’ha fermato. Mentre sì che si poteva fermare. Se il pm firmava la misura cautelare che la questura aveva richiesto nei suoi confronti dopo le nostre denunce, non stavamo qui adesso. Ma tanto», dice sconfitto, «se non ci scappa il morto non si muove nessuno. Ecco com’è, ci doveva scappare il morto, e adesso c’è: alla fine ha ammazzato mio padre, ci ha rovinato come aveva sempre promesso». Un senso di impotenza difficile da cancellare per Alessio, per sua sorella Francesca, di un anno più piccola, e per sua madre Patrizia, che con «Gianni» stava insieme da quando aveva 13 anni. «Mi sono sposata a 20 anni, a 23 avevo già due figli piccoli», racconta Patrizia Chiavaroli, «abbiamo aperto l’attività qua nel 1977, perché mio marito sapeva fare quello. Aveva iniziato da ragazzino, a 15, 16 anni da De Acetis, sapeva fare tutto, era uno svelto, gli piaceva imparare. Quello», afferma la vedova riferendosi all’assassino di suo marito, «l’ha ammazzato perché l’ha preso da dietro, da vigliacco, perché sennò non ci sarebbe riuscito. Ma è stato sempre storto», dice Patrizia Chiavaroli di Grieco, «giocava con mio figlio, me lo ricordo quand’era piccolo al parco, sempre manesco, aggressivo. L’ho visto crescere. Ieri mattina (mercoledì ndr) ero appena arrivata in negozio, stavo sistemando delle cose e me lo sono visto passare davanti alla vetrina, su via Puccini, vestito tutto di nero, con quell’aria spavalda. E dopo qualche minuto è successa la tragedia».
Quei momenti li ricostruisce il figlio Alessio che da tempo ha raccolto l’eredità del padre nel laboratorio della pasticceria. «Papà era in pensione, accudiva mia nonna, ma veniva comunque qua, mi guardava fare, mi teneva carico. E anche stavolta stavamo insieme in laboratorio, c’era anche la mia compagna quando lui è uscito a buttare la spazzatura. Il tempo di voltarsi per rientrare e quello è arrivato da dietro e l’ha colpito. La mia compagna ha visto mio padre che sanguinava, perché dalla posizione dove stava vedeva fuori dalla porta, si è messa a urlare mi sono precipitato fuori e ho visto mio padre in quello stato, che barcollava, con tutto quel sangue. L’ho preso per non farlo cadere, è arrivata l’ambulanza, ma niente, troppo sangue ha perso, gli ha tagliato la gola».
Parole che fanno male quanto i ricordi ad Alessio, preso dalle pratiche burocratiche per il funerale, dalle indagini della polizia e dal dolore. Il dolore che non gli toglie la lucidità per scandire: «Ora quello in galera ci deve marcire, e che non lo facessero passare per pazzo, che pazzo non è. Ha accoltellato mio padre dopo che l’ha detto mille volte che ci avrebbe ammazzato e che ce l’avrebbe fatta pagare perché con i rumori e gli odori del laboratorio gli avevamo rovinato la vita. Ma ora deve restare in carcere. Noi continueremo a stare qui, dove sono nato, dove mio padre mi ha insegnato tutto quello che so fare e tutto quello che sono: l’umiltà, il rispetto, l’educazione. Ci sono tanti padri in giro, ma fare il padre veramente è un’altra cosa. Mio padre l’ha fatto. Sempre. Fino all’ultimo».
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