La lettera in cella: non volevo uccidere Orlando
Non solo le tre lettere indirizzate alla mamma, all’avvocato e alla fidanzata, ma anche un foglio trovato in cella in cui Giovanni Grieco ha scritto che quella mattina del 6 maggio non voleva...
Non solo le tre lettere indirizzate alla mamma, all’avvocato e alla fidanzata, ma anche un foglio trovato in cella in cui Giovanni Grieco ha scritto che quella mattina del 6 maggio non voleva uccidere il pasticciere Giandomenico Orlando. Nel giorno in cui l’autopsia conferma la morte per asfissia da impiccamento ed esclude la presenza di ogni segno di violenza o colluttazione sul corpo, i primi atti dell’inchiesta sul suicidio a Castrogno del buttafuori pescarese raccontano gli ultimi momenti di vita dell’uomo. Mentre le lettere sono state trovate nella cassetta postale del penitenziario (quella in cui passa tutta la corrispondenza in uscita), il foglio è stato trovato nella cella che l’uomo occupava da solo nella quarta sezione. Inquirenti ed investigatori sono convinti che l’uomo l’abbia scritta prima del suicidio avvenuto nella notte tra lunedì e martedì nel bagno della cella. Lunedì mattina Grieco aveva saputo che il tribunale di Pescara aveva respinto la richiesta presentata dal suo legale di trasferirlo in una struttura sanitaria. Richiesta presentata sulla base di varie certificazioni dei medici del carcere secondo cui l’uomo si trovava in un profondo stato di depressione che lo rendeva incompatibile con il regime carcerario. Ma tutto era stato rinviato a un incidente probatorio del 4 settembre, giorno in cui sarebbero state le consulenze mediche delle parti e la perizia disposta dal giudice a certificare le condizioni dell’uomo e quindi a far decidere sul suo eventuale trasferimento dal carcere in una struttura sanitaria. E il sindacato Sappe torna a chiedere interventi per Castrogno. «Dopo questo fatto ci saremmo aspettati un intervento dell’amministrazione penitenziaria per trasferire tutti i detenuti che hanno problemi di compatibilità», dice il segretario provinciale Giuseppe Pallini, «ma c’è un silenzio assordante». (d.p.)

