«La maturità? L’esempio del sisma»

8 Aprile 2020

L’intervista. La preside del convitto Cotugno dell’Aquila “promuove” il decreto 

L’AQUILA. Non dà voti, ma un giudizio sì. Serenella Ottaviano, dirigente scolastico del convitto nazionale Cotugno dell’Aquila con i licei annessi (Classico, Musicale, Linguistico, Scienze umane ed Economico sociale), analizza il Decreto scuola.
Preside Ottaviano, come giudica il provvedimento?
«Era assolutamente indispensabile che si avesse almeno un’idea a lungo respiro. Mi sto muovendo con la comunità professionale cercando di organizzare il tutto come se anche l’anno prossimo fossimo in questa condizione. Preferisco proiettare l’emergenza su 12 mesi piuttosto che mese dopo mese. Mi conforta questa ipotesi di settembre per una visione ottimale del lavoro didattico e amministrativo».
Crede possibile un rientro per lunedì 18 maggio?
«Non ho gli elementi per poterlo affermare, non mi posso sostituire al ministero. Ma da dirigente dico che non è tanto lo stare a scuola, quando l’arrivarci che vedo complicato. Mi spiego: la maggior parte dei ragazzi si muove in autobus. E il distanziamento sociale sarebbe molto complicato in un’aula».
E a settembre non si riproporrebbe il problema?
«Vedremo se ci sarà la possibilità di un piano per distribuire le presenze in aula per alcuni ragazzi e le lezioni a distanza per altri, ci vuole la creatività di una dirigente. Ma è solo un’ipotesi, come potrebbe esserlo quella di eventuali doppi turni».
La didattica a distanza è una realtà. Sta funzionando?
«I docenti sono umani e disponibili, dei veri professionisti. Questa storia della generazione 2.0 è invece una balla. I ragazzi sono velocissimi a smanettare e a mettere i like, ma hanno scarsa consapevolezza dell’uso di internet, di come fare una ricerca o muoversi su un sito istituzionale. Ci sono invece degli ottimi docenti che pur non avendo grande dimestichezza sono diventati esperti e si sono reinventati. La didattica a distanza ha imposto un nuovo modo di lavorare, una riprogettazione dei percorsi di apprendimento, l’adozione di metodi di valutazione nuovi. Secondi alcuni, si verifica l’azione coordinata tre C: condivisione di buone pratiche, collaborazione e creatività. Ci aggiungo altre C, la calma confortevole e la comprensione attraverso le conoscenze per arrivare alle competenze. Le azioni coordinate stanno avendo dei frutti, ovviamente là dove ci sono connessioni e giga sufficienti, hanno ricreato momenti di scuola e di comunità. La scuola si occupa di competenze trasversali, indispensabili al vivere, speriamo ancora europeo, e queste competenze, che sono la chiave della cittadinanza, sono state sollecitate tutte».
Alla maturità ci sarà un vero esame?
«Essendo figlia del terremoto, ricordo quando eravamo pochi e facemmo gli esami in emergenza, un grande orale in presenza. Non vedo perché l’esame di Stato a distanza debba avere meno valore. Quelli del 2009 non sono stati studenti e studentesse meno preparati degli altri, dopo 11 anni sono diventati degli ottimi professionisti. Fatte le dovute proporzioni, l’Italia può seguire il nostro esempio, credo che quel modello si possa riproporre».
Nelle scuole si parla delle prove Invalsi ferme (i test nazionali per misurare il livello di competenza degli studenti, ndr). Avete avuto chiarimenti?
«Ci avevano risposto che avrebbero portato dei device. Adesso non è possibile pensare di fare le prove Invalsi dopo il 18 maggio. Aspettiamo le ordinanze del ministero sia su quale peso dare alla valutazione in presenza che a quella successiva all’emergenza Covid. Aspettiamo anche la circolare sugli esami di Stato e sui corsi di recupero. Per esempio, con un esame in un Liceo musicale come si farà?».
Ci sono dunque domande senza risposta?
«Sì. La cosa di buon senso è quella di non creare ansie, semplificare ed essere sensibili. Comprendere che la situazione è talmente emergenziale che richiede flessibilità e semplificazione. Poi avremo tempo per far diventare strutturata l’emergenza». (r.rs.)
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