La mia vita a Filadelfia per combattere i tumori alla prostata

31 Maggio 2015

Gabriele Di Sante, di Spoltore, lavora alla Jefferson University «Studio l’enzima che può inibire lo sviluppo del cancro»

PESCARA. Il suo mentore, il vice direttore della Thomas Jefferson University Richard Pestell, durante le riunioni settimanali è solito chiedergli: «Ogni volta che ispeziono laboratori di successo, nella maggior parte dei casi c’è un italiano al timone. Mi sai dire il motivo?».

La risposta di Gabriele Di Sante, 35 anni, di Spoltore, da quattro a Filadelfia assieme a sua moglie Agnese Di Rocco, è sempre la stessa: «Probabilmente è nel nostro Dna». La storia di Gabriele è simile a quella di migliaia di cervelloni che scelgono di lasciare la propria terra per lavorare e specializzarsi oltre oceano. Il suo sogno, il giovane originario della provincia di Pescara, lo ha realizzato alla Jefferson, a Filadelfia, dove oggi collabora attivamente a vari progetti di post dottorato.

Tra questi c’è l’avanzatissimo studio nell’ambito della prevenzione del cancro alla prostata tramite l’analisi dell’enzima della longevità, il Sirt1, in grado di inibire lo sviluppo delle condizioni pretumorali.

Sua moglie Agnese, invece, è ricercatrice post dottorato al Children's hospital of Filadelfia, classificato come il miglior ospedale pediatrico al mondo. Di Sante da 4 anni ha cambiato completamente vita: ci racconti la sua storia.

«La mia storia, come quella di mia moglie Agnese, è simile a quella di molti altri connazionali che si trasferiscono fuori dal nostro Paese per potersi confrontare con realtà internazionali sempre più dinamiche. La mia esperienza negli Usa comincia poco più di quattro anni fa. Dopo aver completato il mio percorso di dottorato di ricerca all'università degli studi dell'Aquila, messa a dura prova dagli eventi sismici che ci colpirono la notte del 6 aprile 2009, con tanta voglia di confrontarci con nuove realtà, centinaia di curricula spediti, viaggi oltreoceano e no, siamo riusciti ad approdare qui a Filadelfia. La mia esperienza da ricercatore post dottorato è cominciata, e tuttora continua, nel laboratorio di Pestell, direttore uscente del Sidney Kimmel Cancer Center e vice presidente della Thomas Jefferson university. Sotto la leadership di Pestell e del mio diretto mentore, Mathew Craig Casimiro, ho l'occasione di poter costantemente interagire con un pool di scienziati internazionali e beneficiare dei loro insegnamenti».

Di che cosa si occupa?

«Uno dei miei progetti di punta è chiarire il ruolo di un enzima, conosciuto con il nome di Sirt1, nella protezione del tessuto prostatico dagli eventi che potrebbero innescare lo sviluppo del cancro alla prostata. Avvalendoci delle più avanzate tecniche di biologia molecolare, siamo riusciti a identificare e descrivere questa inedita funzione di Sirt1. Nello studio pubblicato sulla rivista internazionale "The american journal of pathology", mostriamo che una perdita di funzionalità di questo enzima causa il malfunzionamento dei mitocondri, i quali non producono più energia e non difendono la cellula contro i radicali liberi. Come mostrato nello studio, la conseguenza di questi eventi è la formazione di una condizione pretumorale, chiamata neoplasia intraepiteliale prostatica. La nostra ricerca è oggi diretta verso lo sviluppo di composti che riattivino le funzionalità di questo enzima e prevengano lo svilupparsi di possibili condizioni tumorali nella prostata».

E' stata una scelta obbligata lasciare l'Italia?

«No, è una scelta dettata dalla voglia di mettersi in gioco in una realtà di ricerca altamente competitiva. Con molto piacere e orgoglio posso dire di aver affrontato e vinto le mie piccole prime sfide, vincendo una borsa di studio della American-Italian Cancer Foundation riservata ai dieci miglior giovani talenti italiani».

Se potesse, tornerebbe a Pescara?

«Per ora rimango focalizzato sulle due cose che considero prioritarie: la mia famiglia e i miei progetti di ricerca. In futuro si vedrà».

Che cosa le manca di più e che cosa non le manca dell'Italia?

«Sicuramente le persone che hanno sostenuto e sostengono le nostre scelte. Un ringraziamento va a miei genitori, mia sorella, i miei suoceri e gli amici. Aggiungerei anche una buona pizza e degli arrosticini. Quello che invece non rimpiango assolutamente è il sistema burocratico e meritocratico italiano».

Qual è la cosa migliore degli States e quale la peggiore?

«Il funzionamento del sistema meritocratico, che ti permette di poter raggiungere gli obiettivi per cui si lotta giornalmente, e anche la multiculturalità. Sicuramente, ci sono alcuni aspetti negativi di cui però bisognerebbe discutere in maniera approfondita in altre sedi».

Che consiglierebbe a un giovane abruzzese alle prese con il precariato e la mancanza di sbocchi occupazionali?

«Darei gli stessi consigli che ogni giorno do a me stesso. Avere una veduta e una fiducia più ampia sulle proprie capacità, non aver paura di lasciare il focolaio domestico e rivedere il significato della parola precariato. Purtroppo, il precariato è la normalità a cui ci stiamo velocemente abituando e sicuramente è sinonimo di difficoltà. Tuttavia, la nostra nuova forza dev’essere la capacità di trovare opportunità dietro ogni difficoltà».

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