La psicologa: se l’adulto è sicuro dà serenità anche ai propri figli

17 Marzo 2020

I consigli dell’esperta aquilana Valeria Ciciotti: via libera alle letture e alla cura della propria persona È bene coltivare pensieri positivi e ritagliarsi un proprio spazio in casa senza cambiare le abitudini

L'AQUILA. La nuova vita dei bambini, in casa, è tutta da costruire. Scuola solo on line, niente contatti diretti con i compagni, spazi e ore da riempire. Il tutto con l'emergenza coronavirus che imperversa e fa traballare le certezze degli adulti. E allora, come adattarsi ad una quarantena forzata e come uscirne indenni? Valeria Ciciotti, psicologa e psicoterapeuta aquilana, ha redatto un piccolo vademecum, che parte proprio dal rapporto con i più piccoli: perché un adulto sicuro, dà sicurezza anche ai bambini.
Via libera a lettura e cura della propria persona. È bene coltivare pensieri positivi e ritagliarsi un proprio spazio in casa, senza accantonare del tutto le vecchie abitudini. La paura si sconfigge anche così.
Dottoressa Ciciotti, solitudine e timore accompagnano, spesso, la quarantena imposta dall'emergenza coronavirus. Come reagire?
«L'irritabilità e la difficoltà della convivenza, in casa, di più persone e per tante ore provoca frizioni e un aumento di conflittualità e deve indurre tutti a ridefinire i propri spazi: dove posso stare io, dove invece puoi stare tu. Il primo consiglio utile è quello di mantenere, il più possibile, le abitudini consuete, senza stravolgere del tutto i ritmi quotidiani. Guai a restare tutto il giorno in pigiama. Al mattino bisogna vestirsi e prendersi cura della propria persona, proprio come se si dovesse uscire per lavoro».
Come gestire per tante ore la presenza di bambini in casa?
«Un adulto sicuro genera sicurezza e tranquillità nei bambini che, va detto, fanno meno fatica ad adattarsi a quello che pensiamo. Ma è bene che mantengano intatti ritmi e abitudini della loro giornata, alternando a momenti di impegno, pause dove a prevalere è la noia che rappresenta la culla della creatività, il terreno fertile per nuovi bisogni. I genitori possono invogliare i bambini in età scolare a tenere un diario giornaliero dove scrivere pensieri e sensazioni, stabilire con loro come organizzare la giornata, mantenendo il contatto con le insegnanti e i compagni di classe attraverso i mezzi di comunicazione telematici».
E per quanto riguarda le attività?
«Lo studio può occupare parte della giornata, poi via ad hobby e passatempi: dal gioco visto come interazione all'ascolto di audio-libri, alla lettura che crea momenti di interesse culturale, per stimolare l'adattamento del bambino alla nuova situazione. Va centellinato, invece, il tempo di utilizzo di social e televisione. Prima di prendersi cura dei figli, i genitori devono coltivare il bambino che è in loro, anche chiedendo il supporto dello specialista se serve a superare paure e difficoltà. Diverso, invece, è il rapporto con gli adolescenti, che presuppone una maggiore consapevolezza del problema in atto e il rispetto delle regole. Vedo troppi ragazzi in giro, nonostante i divieti». Che ruolo può svolgere lo psicologo in questi momenti? «La nostra è una professione sanitaria: ci siamo interrogati fin dal primo momento sulla necessità di mantenere il contatto con i pazienti in compresenza, secondo le necessità, l'urgenza dell'intervento e l'indisponibilità di forme alternative. Attualmente lavoriamo a distanza, con sistemi di colloquio alternativi come videochiamate, messaggi, Skipe. Un secondo ordine di problema riguarda la mancanza di privacy, in casa, per dialogare con il terapeuta: ai miei pazienti suggerisco di trovare uno spazio che garantisca riservatezza, che sia la macchina piuttosto che un angolo in giardino». Quali timori vengono manifestati rispetto all'emergenza coronavirus?
«Uno dei temi centrali è la paura della morte e della separazione, del lutto della perdita. Tutti abbiamo il terrore di morire o che stiano male le persone a cui vogliamo bene. Nelle ultime settimane il numero di pazienti in terapia è aumentato: molti chiamano per prenotare sedute quando l'emergenza sarà terminata e questo dà già il senso della speranza e del superamento del periodo buio».
La solitudine fa paura?
«Per molti, la difficoltà di stare soli in casa è evidente. Per gli spazi ridotti e per l'assenza totale di altre presenze. Ma nella risposta a questa situazione nuova gioca molto la "base sicura" che ognuno di noi si è costruito: la presenza di hobby e passioni, la capacità di occupare il tempo con diversivi. Più si parte da uno stato di sufficiente sicurezza in noi stessi, meno fa presa la frustrazione di dover stare forzatamente in casa. Bisogna, poi, adottare strategie per limitare i conflitti con parenti, familiari e compagni e gestire il tempo condiviso».
Quando scatta il campanello di allarme ed è opportuno rivolgersi allo psicologo?
«Gli sportelli psicologici attivi sul territorio sono moltissimi e, in alcuni casi, gratuiti. Il supporto va richiesto quando crollano le certezze negli atti quotidiani. E si deve restringere il campo, persino dei contatti. Dobbiamo evitare, ad esempio, di sentire in continuazione l'amico o il parente che ha più paura di noi della situazione di emergenza in atto. Anche la responsabilità nelle uscite ha a che fare con l'adattabilità. Sviluppare l'adattabilità a nuove esigenze è il primo passo da fare: non occorre, ad esempio, uscire ogni giorno per acquistare del pane fresco. Se ne può fare a meno. E questo aiuta a renderci conto che, in fondo, abbiamo bisogno di molte meno cose di quel che pensiamo».
Usciti da questa emergenza, come saremo?
«La distanza che caratterizza la nostra vita servirà a stabilire nuove vicinanze, a definire confini più sani, a ricomporre i cocci di relazioni passate negative e a riflettere sugli errori e le scelte che facciamo».