La Regione: no definitivo al cementificio

Notificato alla vecchia e alla nuova proprietà l’avvio del procedimento di diniego alla richiesta di riaccensione dell’impianto
PESCARA. Il cementificio non potrà essere riacceso. Ieri, i tecnici della Regione hanno notificato al vecchio e al nuovo proprietario, le aziende Sacci e Calbit, l’avvio del procedimento di diniego della richiesta di Autorizzazione integrata ambientale, ossia il permesso indispensabile per poter rimettere in funzione l’impianto. Ora, le due società hanno dieci giorni di tempo per presentare delle controdeduzioni al diniego della Regione.
Quel provvedimento dovrebbe mettere la parola fine all’ipotesi di rimettere in funzione il cementificio, spento nel maggio 2015 a seguito della messa in liquidazione della Sacci. Era stata quest’ultima società a presentare, prima di chiudere, la richiesta di rinnovo dell’Autorizzazione integrata ambientale, ma la pratica era stata bloccata in Regione perché la Sacci era stata poi sottoposta a concordato preventivo. Ora la Regione, sulla base di quanto stabilisce la legge 241 del 1990 sulla trasparenza amministrativa, ha deciso di avviare la procedura per bloccare il rinnovo del permesso scaduto. Contro la riaccensione del cementificio, del resto, si sono schierati Regione, Provincia, Comune e persino Asl e Arta si sono espresse contro una ripresa dell’attività della fabbrica.
L’11 ottobre scorso, però, si è proceduto alla vendita dell’ex opificio di via Raiale tramite asta giudiziaria e l’intero immobile, compresi gli impianti di produzione del cemento, è stato aggiudicato alla Calbit, società campana specializzata nel calcestruzzo, per un 1.570.000 euro. Ma non si sa se il neo acquirente fosse al corrente, al momento dell’acquisto, che non era stata rinnovata l’Autorizzazione integrata ambientale. Nell’avviso pubblico dell’asta è stato specificato che si trattava di uno stabilimento per la produzione del cemento, attualmente inattivo. Sono state indicate le superfici coperte e scoperte dell’area di proprietà della Sacci, i macchinari e le rimanenze di magazzino. Poi, il valore attribuito all’intero immobile, pari a 1.905.000 euro, che era il prezzo a base d’asta. Il neo acquirente rischia, dunque, di aver acquistato solo un’area con impianti che, forse, non potranno più essere messi in funzione.
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