La scienziata: subito test di massa Priorità agli operatori della sanità

L’abruzzese Santuccione: «Dobbiamo salvare la nostra esistenza, occorrono misure drastiche» E rivolge un appello a Marsilio: «Deve stanziare una somma cospicua per l’acquisto di mascherine»
C’è una strada per uscire dall’emergenza coronavirus. Una che, più di tutte, può limitare il diffondersi della pandemia: isolamento assoluto e test, in maniera massiva, a tutta la popolazione a rischio. A partire dal personale sanitario impegnato in prima linea. L’Abruzzo deve iniziare subito. Il suggerimento arriva direttamente dalla Svizzera, dove lavora e vive Antonella Santuccione, medico abruzzese, eletta nel 2019 donna dell’anno dalla rivista “Women in Business”. «Adesso è il momento di salvare la nostra esistenza, per farlo occorrono misure restrittive drastiche. Poi, si penserà all’economia, quando la tempesta sarà passata», dice.
Da medico e scienziato, come valuta l’andamento dell’emergenza coronavirus?
«Sono dentro questa storia già dal 10 febbraio, quando la dottoressa Ewelina Biskup, una mia collega, ha deciso di partire per una missione a Wuhan per inviare sul posto mascherine, dispositivi di protezione individuale e altro materiale. Ma non è stato possibile entrare perché avevano bloccato ogni contatto con l’esterno. Con la nostra organizzazione, la Women’s Brain Project, fondata nel 2016, ci occupiamo anche dell’incidenza delle malattie e delle differenze di sesso e di genere».
Il coronavirus colpisce in modo diverso uomini e donne?
«L’incidenza è pressoché la stessa: a variare è il tasso di mortalità, su scala mondiale e nazionale: il 70 per cento dei decessi riguarda gli uomini, il 30 per cento le donne. Stiamo cercando di capirne la motivazione, legata, con molta probabilità, alla risposta del sistema immunitario al virus, che nelle donne potrebbe essere meno incisiva e innescare una minore cascata di interleuchine, le molecole preposte alla risposta infiammatoria. Tanto che i primi farmaci sperimentali che agiscono per bloccare le interleuchine stanno dando una speranza. Potrebbe essere questa una delle possibilità da seguire».
Lei è abruzzese e legatissima alla sua terra. Cosa fare per limitare il contagio?
«Testare in maniera massiva tutta la popolazione sintomatica e a rischio: fare tamponi su quanta più gente possibile. L’unico modo per sconfiggere il coronavirus è l’isolamento totale delle persone sintomatiche. Questo il motto: la guerra come alla guerra, la Cina come alla Cina. Lì hanno usato metodi drastici, isolando non solo i pazienti affetti da Covid-19, ma anche tutto il personale sanitario che li aveva in cura. È stata una quarantena volontaria per medici e infermieri, che alloggiavano in alberghi e strutture preposte per evitare il contatto con i familiari. In Cina hanno capito che questo era il solo modo per salvare i pazienti e per proteggere se stessi».
Un modello che possiamo replicare?
«L’Abruzzo deve farlo, attivando campioni e diagnostica su tutto il personale in servizio nelle strutture sanitarie, sospetto di contagio. Tracciare tutti gli spostamenti e i contatti. È l’isolamento totale l’unica arma a disposizione per combattere il coronavirus. Al momento, non ne abbiamo altre».
Si è detta pronta a tornare in Abruzzo per offrire un supporto. Perché?
«Vivo e lavoro in Svizzera, dove ho la mia famiglia, ma se dovesse servire verrò a fare il medico in Italia, dove l’emergenza è altissima. Insieme a Marco Dotto, biologo, che ha portato i primi sequenziatori di Dna in Italia e sta per portare a termine il primo sequenziamento del Dna sul coronavirus, al Nord, ci siamo attivati per dare supporto concreto. Stiamo cercando di digitalizzare il sistema e fare tutto in via telematica. È quello che si dovrebbe attivare subito: creare una banca dati sul coronavirus, con tutte le cartelle cliniche elettroniche. Non è possibile che ci siano ancora cartelle cartacee. Ci stiamo anche adoperando per far arrivare mascherine protettive dalla Cina, del tipo FPP2 ed FPP3».
I dispositivi di protezione non sono sufficienti e il personale sanitario chiede delle donazioni. Come si può intervenire?
«La Regione, e rivolgo un appello al presidente, Marco Marsilio, deve stanziare una somma cospicua per l’acquisto di mascherine, uno strumento di protezione indispensabile. Stiamo lavorando per far arrivare in Italia 50 milioni di euro di mascherine protettive dalla Cina. L’Abruzzo deve attivarsi e coprire parte delle spese previste per garantire la sicurezza dei suoi operatori sanitari e dei pazienti».
Quanto durerà questa emergenza?
«Sarà lunga. Purtroppo, non finirà qui. Prima di tutto dobbiamo pensare a salvarci, è questa la priorità del momento. Siamo nel pieno dell’emergenza sanitaria ed è l’aspetto che dobbiamo superare. Poi, vedremo il resto, la ripresa dell’economia e tutto ciò che può scaturire da un simile fermo sociale e produttivo. La gente deve pur mangiare, si dirà. Ma i miei colleghi infettivologi, anestesisti, internisti, lavorano a mani nude e viso scoperto. Dobbiamo agire adesso e subito per contenere l’infezione e adottare le misure necessarie per evitare lungaggini burocratiche e difficoltà che si stanno riscontrando per l’importazione di materiale sanitario di base».
Come affrontare la quarantena?
«La quarantena non è una cosa semplice e lo stiamo sperimentando tutti sulla nostra pelle. In questo periodo, quello che ci terrà in vita è l’altruismo. Dobbiamo rafforzarne il senso, l’utilizzo e il potere che ha sulla nostra vita e su quella degli altri. L’aspetto psicologico non va sottovalutato: la solidarietà e le azioni correlate ci fanno sentire meglio, ci fanno sentire vivi e connessi con il mondo. Ciò che mitigherà un possibile impatto negativo sulle nostre vite, a causa dell’emergenza coronavirus e l’informazione puntuale sugli eventi e la prospettiva sono fondamentali come capire quando tutto questo finirà».
Sui social, ha lanciato un appello alle istituzioni locali e al Governo. Il messaggio è: «Fare presto».
«Stiamo cercando in ogni modo di far arrivare mascherine in Abruzzo, tramite la Cisar e la Protezione civile. Nel frattempo, c’è un’unica soluzione che la storia ci insegna ed è quella della cautela e dell’isolamento. Bisogna creare ospedali separati per i pazienti positivi al coronavirus. I medici che li trattano devono essere al riparo in strutture dedicate, non mescolarsi ad altro personale sanitario. O, con molta probabilità, si ammaleranno. Ed è ciò che dobbiamo evitare. Deve prevalere il buon senso».
©RIPRODUZIONE RISERVATA

