La stazione sempre più deserta: chiude anche una tabaccheria

11 Gennaio 2022

Dopo l’addio della libreria nell’atrio, un altro commerciante annuncia lo stop dell’attività da marzo  E gli operatori attaccano: «Affitti troppo alti e mancanza di servizi, prima o poi andremo via tutti»

PESCARA. La libreria Rusconi non è l’unica a chiudere i battenti, nell’atrio della stazione di Pescara. Il primo marzo spegnerà per sempre le luci anche la tabaccheria che si trova a fianco al bar. «Paghiamo l’affitto di dieci anni fa, nonostante il Covid», dice Roberto Mariani, quarantenne, che interrompe l’attività pur non avendo altre prospettive e sa già che sarà disoccupato. «Io sto qui 13 ore al giorno, da dieci anni. E da due anni pago l’affitto praticamente di tasca mia, perché non incasso abbastanza. Il Covid ha dato la mazzata finale alla stazione ma il declino è cominciato prima, una decina di anni fa. Qui non hanno più aperto negozi, non ci sono servizi (manca il bancomat da anni e il deposito bagagli ha chiuso subito), le scale mobili sono state rifatte ma sono bloccate, dicono per il Covid, piove nell’atrio e anche qui in negozio, e poi non c’è assistenza. Con il Covid hanno chiuso gli ingressi laterali, per cui nell’atrio non entrano più le persone di passaggio e in stazione ci sono solo pochi pendolari. Ma ormai si viaggia in autobus e perfino l’aereo è più conveniente del treno».
«La stazione è sempre vuota, molti treni vengono annullati, l’orario delle attività che ci sono nell’atrio è stato ridotto e noi chiudiamo durante la pausa pranzo, come non era mai accaduto prima», dicono dalla tabaccheria vicino all’ingresso Paola Calò e la figlia Lucia. Conoscono alla perfezione questo mondo perché la licenza è della famiglia dalla fine degli anni ’30 (era della madre di Lucia) e ricordano quando nell’atrio c’erano un negozio di pelletteria, poi uno di profumeria e uno di telefonia. «Ora assistiamo alla desertificazione», dicono di fronte a un fenomeno che sembra inarrestabile ed è legato che al fatto che «quella di Pescara è una stazione di transito, di pendolari, e il Covid ha portato la Dad e lo smart working».
«È desolante», commenta Mario Coppa dal punto giochi e servizi Totostazione. Anche lui è un’istituzione, lì dentro, e ha visto l’atrio trasformarsi. «Hanno tolto le panchine, non ci si può più sedere, e anziché arieggiare i locali hanno chiuso tutto: c’è una porta per entrare e una per uscire, ti misurano la temperatura all’ingresso, pare quasi che il virus sia qui. Poi però si va al supermercato e nei centri commerciali e si trova di tutto. Ne risento, certo che ne risento, il fatturato si è dimezzato, eppure i canoni da pagare sono rimasti uguali. L’unico sconto che ci è stato concesso da Rfi risale all’anno scorso, quando siamo stati chiusi. Io scrivo, segnalo, chiedo riduzioni, ma non risponde nessuno. C’è chi rimane in piedi e chi no, ma di questo passo chiuderemo tutti».
Anche le due edicole si sono riorganizzate, con il calo di attività, e si alternano. Lorenzo Travaglini (edicola lato sud) racconta che «siamo stati aperti anche l’anno scorso ma abbiamo lavorato davvero poco perché c’è meno gente in stazione. Gli ultimi due anni sono stati particolarmente complicati, prima non era così tragica. Per ora resistiamo ma non sappiamo fino a quando. Non sarebbe male diminuire i fitti». Oltre all’attività tradizionale, di giornalai, «vendiamo biglietti di treni e bus, bibite e snack confezionati. E la principale fonte di sostentamento è rappresentata dai Gratta e vinci».