La telefonata al 118 partita 15 minuti dopo il delitto Il giudice: ostacolò i soccorsi

L’accusa: «Lasciò a luce spenta il medico che cercava di rianimare la donna Deve andare in galera perché c’è il rischio che commetta altri gravi reati»
LANCIANO. Aldo Rodolfo Di Nunzio ha telefonato al 118 dopo oltre un quarto d’ora dall’omicidio, ovvero solo quando ha avuto la certezza che la moglie Annamaria D’Eliseo fosse morta. In altre parole: ha ostacolato in ogni modo possibile i soccorsi, rifiutandosi inizialmente persino di accendere la luce della cantina in cui è stato trovato il corpo della donna. A sostenerlo è il giudice per le indagini preliminari Massimo Canosa, che ha accolto la richiesta di custodia cautelare in carcere presentata dal procuratore Mirvana Di Serio e dal sostituto Fabiana Rapino nei confronti del vigile del fuoco in pensione, accusato di aver strangolato con un filo elettrico la collaboratrice scolastica il 15 luglio 2022.
Il giorno del delitto, come anticipato ieri dal Centro, il microfono dell’impianto di videosorveglianza della villa di contrada Iconicella ha registrato la vittima mentre gridava: «No, lasciami, no. Lasciami». Per il gip, quelle urla durate sei secondi rappresentano l’indizio-chiave che va ad aggiungersi e a dare ulteriore forza a quelli che già inguaiano l’indagato. A tradire l’assassino, sempre secondo la tesi sostenuta dalla Procura e condivisa dal tribunale, è anche il comportamento avuto nei momenti successivi a quelle urla che rendono assolutamente non percorribile la pista del suicidio.
Un paio di minuti dopo, Di Nunzio ha sì telefonato al 112, ma senza fornire indicazioni tali da permettere un intervento immediato. La chiamata al 118, invece, è partita a distanza di più di un quarto d’ora: gli inquirenti ritengono che l’indagato volesse liberarsi della moglie e in questa direzione va interpretato il ritardo nell’allertare i soccorsi sanitari. Così come l’atteggiamento verbalmente aggressivo nei confronti del medico e dell’infermiere che avevano iniziato le manovre di rianimazione sulla donna. Gli stessi operatori del 118 hanno notato due particolari, emersi anche nel corso del sopralluogo dei militari dell’Arma, che hanno finito per inchiodare l’ex pompiere. Il primo dettaglio: al soffitto non c’era un punto adeguato per ancorare i cavi elettrici. Il secondo: la presenza di una ragnatela intatta nel posto in cui Di Nunzio ha affermato di aver trovato la moglie rende altamente improbabile il suo racconto.
Secondo il giudice, al di là dell’estrema gravità del fatto, è concreto il rischio che Di Nunzio possa commettere di nuovo reati contro la persona, in particolare nei confronti delle figlie. (g.let.)
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