La truffa a Nadia e Bartolo In aula medico e poliziotto

22 Settembre 2020

La coppia con disturbi psichici privata della pensione con la promessa di un lavoro Ieri l’udienza a carico di Carmine Di Felice. La psicologa: entrambi lo difendevano

PESCARA. Torna in aula la vicenda che vede protagonisti, quali parti offese, la coppia formata da Bartolo Beninato e sua moglie Nadia Baldacci, due persone affette da disturbi psichici, la cui storia venne portata all’attenzione dell’opinione pubblica da un servizio-inchiesta di Giulio Golia della trasmissione televisiva “Le Iene”. Sul banco degli imputati, il presunto responsabile di questa circonvenzione di incapaci, Carmine Di Felice (ieri assente e difeso dall'avvocato Antonio Di Blasio), accusato di aver privato la coppia della pensione per quasi 5 anni, facendosi consegnare ogni mese i soldi che, secondo quanto sapevano le parti offese, sarebbero serviti per trovare un posto di lavoro a Bartolo.
Nell’udienza di ieri è stata sentita la psicologa che ha eseguito la consulenza sulla coppia, Maria Cristina Verrocchio, associata all’università d'Annunzio, che ha spiegato quella loro «importante patologia psichiatrica».
In relazione al rapporto con l'imputato, la psicologa è stata chiara: «Entrambi, per la loro infermità, e parliamo di un disturbo delirante cronico, con distacco dalla realtà (patologia uguale per entrambi ndr), sono altamente suggestionabili dalla vicinanza di questa persona. C'era con Di Felice un legame talmente forte che entrambi lo difendevano. Tutti gli altri venivano considerati dei nemici, tranne Di Felice nei cui confronti provavano anche affetto. Per loro era molto importante: l’unica persona che li aiutava e che li avrebbe aiutati a trovare lavoro. Lo consideravano quasi un figlio e quindi lo proteggevano. Erano deficitari nel riconoscere le intenzioni altrui: hanno anche un lieve ritardo con capacità di giudizio depotenziata e qui si capisce la vicinanza e l'affetto per questa persona e il fatto che continuavano a difenderlo».
Ma a riportare il discorso in ambito processuale ci ha pensato Giuseppe Ciufici, investigatore della squadra mobile, che si occupò di bloccare l’imputato il giorno del prelievo della pensione di Nadia e Bartolo davanti alle Poste il primo febbraio del 2018. «Avevamo trascritto», afferma il teste, «tutti i messaggi trovati sul vecchio telefonino di Bartolo, inviati da Di Felice. Quella mattina l'imputato accompagnò la coppia alle Poste e li attese fuori. Una volta usciti salirono tutti in macchina e poco dopo noi bloccammo l’auto, trovando addosso all’imputato i 1.100 euro appena ritirati da Bartolo».
Dalle indagini effettuate, la polizia scopre anche che la coppia aveva il conto sempre azzerato, anche dopo pochi giorni dal pagamento della pensione. «Una circostanza», ha spiegato il teste, « che non si è più ripetuta dopo il nostro intervento. Acquisimmo anche il materiale da “Le Iene”». Il teste ha anche riferito della rubrica telefonica di Bartolo, dove c'erano soltanto 17 numeri di cui 16 inesistenti: c’era solo quello di Di Felice. E i legali di parte civile (gli avvocati Giovanni Mangia e Sabrina Di Liso) ieri hanno portato in aula anche una serie di testi dai cui cellulari erano partite delle chiamate per Bartolo o dei messaggi: tutte persone che Di Felice avrebbe usato, a loro insaputa, per dialogare con Bartolo attraverso i loro telefonini. Parte civile nel processo si è costituito anche l'ex vice sindaco di Pescara, Antonio Blasioli (ieri assente), tirato in ballo dall'imputato con una falsa lettera di impegno del Comune per trovare lavoro a Bartolo: lettera che ha poi fatto scattare, nei confronti dell’imputato, anche l’accusa di millantato credito. Prossima udienza il 17 maggio.