Lacchetta: emergenze neve decideva tutto D’Alfonso

Il sindaco di Farindola ai pm: «Era il sistema: per gli aiuti, bisognava rivolgersi a lui»
PESCARA. «Non ho sbagliato a rivolgermi al presidente della Regione. Ho agito così perché me lo imponeva la legge nazionale sulla Protezione civile e poi perché quello era il sistema D'Alfonso, come dimostrato anche dall'emergenza del 2015: bisognava rivolgersi all'ex presidente per avere uomini e mezzi, per avere aiuto».
NO ALL’ARCHIVIAZIONE. E' la bordata che il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, ha lanciato ieri all'ex governatore Luciano D'Alfonso nel corso dell'interrogatorio chiesto ai magistrati dopo l'avviso di conclusione delle indagini. Il principale indagato per la tragedia di Rigopiano, dove persero la vita 29 persone sotto le macerie dell'hotel travolto da una valanga, punta ancora una volta il dito sull'ex presidente di Regione, così come hanno fatto i suoi legali confezionando il ricorso presentato contro l'archiviazione decisa dalla procura per D'Alfonso ed altri indagati nella vicenda.
«Il suo superiore gerarchico», hanno precisato al termine dell'interrogatorio gli avvocato Cristiana Valentini e Goffredo Tatozzi, «era il presidente della Regione, come previsto dalla normativa nazionale sulla protezione civile, in base alla quale, in caso di allarme che non possa essere gestito dal sindaco sul suo territorio, oltre al presidente della Regione debba essere notiziato anche il prefetto: e Lacchetta lo ha fatto la mattina del 18 gennaio depositando in prefettura la richiesta di intervento dell'esercito».
FARINDOLA ISOLATA. I due legali hanno anche evidenziato che il sindaco, più in generale, «ha tenuto a ribadire il contenuto delle sommarie informazioni rese senza assistenza dei legali e questo al fine della utilizzabilità dibattimentale delle stesse. Poi, con forza, il sindaco», hanno proseguito gli avvocati, «ha chiarito che quanto riportato nelle informative investigative, secondo le quali non sarebbe stato lanciato l'allarme per l'isolamento di Rigopiano, non corrisponde al vero, perché ha detto con forza che tutta Farindola e tutte le contrade erano isolate». Due sono dunque gli aspetti fondamentali sui quali si sono soffermati i legai di Lacchetta e che sarebbero stati ribaditi nel corso dell'interrogatorio anche perché il procuratore, come riferito dagli stessi legali, «ha contestato a Lacchetta di aver sbagliato nel rivolgersi al presidente della Regione».
Il primo punto riguarda il presunto "sistema D'Alfonso" con il richiamo all'emergenza del 2015; il secondo la norma nazionale della Protezione civile che assegna specifiche competenze alle figure istituzionali. Due aspetti peraltro già valutati dal procuratore Massimiliano Serpi e dal sostituto Andrea Papalia, prima di decidere per le archiviazioni di parte degli indagati coinvolti inizialmente nella vicenda Rigopiano, e che sono documentati. Quanto all’emergenza del 2015 fu lo stesso D'Alfonso, il 21 maggio del 2015, a segnalare alla presidenza del Consiglio dei ministri di nominare commissario delegato per fronteggiare l'emergenza derivante dagli eventi calamitosi della Regione il dirigente Carlo Giovani: nomina che venne poi ufficializzata dalla Presidenza del Consiglio con una specifica ordinanza (la 256).
NORMA RIGOPIANO. Quanto alla legge quadro sulla Protezione civile vigente all'epoca dei fatti (cambiata poi dopo la tragedia per la "rivolta" dei prefetti con la norma denominata "Rigopiano") dava delle indicazioni precise sui compiti del prefetto: «Il prefetto», si legge all'art. 14 della legge 225 del '92, «anche sulla base del programma provinciale di previsione e prevenzione predispone il piano per fronteggiare l'emergenza su tutto il territorio della provincia e ne cura l'attuazione...assume, coordinandosi con il presidente della giunta regionale, la direzione unitaria dei servizi di emergenza da attivare a livello provinciale, coordinandoli con gli interventi dei sindaci dei comuni interessati». Altro aspetto affrontato nell'interrogatorio riguarda il fatto che Lacchetta, in piena emergenza, invece di disporre lo sgombero dell'hotel viste le condizioni meteorologiche e visto che aveva disposto la chiusura delle scuole, avrebbe accompagnato gli ultimi clienti al resort.
MAI PORTATO CLIENTI. «Il sindaco», spiegano i due legali, «ha chiarito che non ha mai scortato o accompagnato nessuno, ma semplicemente si è fermato a salutare un amico che stava salendo a Rigopiano: dopo ha continuato a girare nel paese per prestare soccorso perché Farindola era in uno stato di gravissima crisi per il maltempo». Ieri è stato interrogato anche il geologo Luciano Sbaraglia che stilò la relazione tecnica per la manutenzione straordinaria dell'hotel.
«Il problema è capire», ha spiegato il suo legale, Pietro Cesaroni, «se all'epoca c'era la conoscenza necessaria per arrivare alla previsione, dopo tanti anni, di un evento come quello che si è verificato, e secondo noi era impossibile. A Sbaraglia fu assegnato un incarico marginale, inizialmente relativo soltanto al posizionamento di un ascensore all'interno dell'albergo, che poi in realtà fu utilizzato dal Comune anche per il piano regolatore. Ma lui non sapeva nulla di tutto ciò e non poteva prevedere, all'epoca, quello che sarebbe accaduto perché quando redasse la relazione non aveva alcun tipo di conoscenza del pericolo valanghe in Abruzzo». Dopo la rinuncia del prefetto Provolo, stamani interrogatorio del solo Giulio Honorati, comandante della polizia provinciale. Poi i magistrati dovranno decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio dei 25 indagati.

