Lady Coumadin torna in carcere E il 26 ottobre nuova udienza

Tragedia sventata dalla polizia penitenziaria, Daniela Lo Russo lascia l’ospedale dopo un giorno Il sindacato Sappe: «Tutto lascia pensare a una messinscena per cercare di essere messa in libertà»
PESCARA. Lascia l’ospedale e torna in carcere, a Teramo, Daniela Lo Russo, che mercoledì scorso, intorno alle 22, ha tentato il suicidio in cella.
Nota alle cronache anche con il nome di Lady Coumadin, in relazione al tentato omicidio del secondo marito, al quale la donna, con la complicità del figlio Michele Gruosso, somministrava massicce dosi del farmaco anticoagulante per compiere una sorta di delitto perfetto (in primo grado a Pescara sono stati entrambi condannati, lei a 13 anni e 8 mesi, il figlio a 12 anni e 8 mesi), la donna è attualmente detenuta per un altro procedimento. Quello legato alla sparizione di due faldoni del suo processo, e che madre e figlio avrebbero abilmente trafugato dagli uffici della Corte d'Appello dell'Aquila (Lo Russo aveva chiesto ufficialmente la visione delle carte processuali come è suo diritto) e bruciato nelle campagne di Capestrano. E mercoledì c’è stato il tentativo di suicidio che fa seguito alla prima udienza del processo di appello dove il difensore di Lo Russo, l’avvocato Gianfranco Di Marcello, ha ottenuto dal collegio una perizia psichiatrica nei confronti della imputata.
Il suicidio fortunatamente è stato sventato dalla polizia penitenziaria prontamente intervenuta per evitare una possibile tragedia in carcere. Ed è per questo che a riguardo si registra anche la presa di posizione del sindacato Sappe di Teramo che plaude alla professionalità mostrata dalla polizia penitenziaria femminile che «con gran tempismo ha evitato che una bravata si potesse trasformare in tragedia». E, peraltro, il sindacato solleva anche forti perplessità sulle effettive intenzioni suicidarie della detenuta. «Ieri sera intorno alle 22», scrive il segretario provinciale Sappe Giuseppe Pallini, «la detenuta ha inscenato un tentativo di suicidio tramite inalazione di una bomboletta del gas tipo camping in uso alla popolazione detenuta per riscaldare le vivande, con il serio rischio di morte se le agenti di polizia penitenziaria, immediatamente accorse, non le avessero strappato la busta di plastica che si era legata al collo con all’interno la bomboletta di gas aperta. Considerata l’ora in cui ha posto in essere il tentativo di suicidio», conclude la nota del Sappe, «e il comportamento tenuto successivamente all’intervento del medico del carcere prima, e in ospedale poi, tutto lascia pensare che si sia trattato di una messinscena per cercare di essere posta in libertà». Ricostruzione e considerazioni, queste, condivise anche da Nicola Di Felice dell’Osapp, un altro sindacato.
Il legale della donna non ha ancora avuto modo di parlare con la sua assistita e si riserva di farlo lunedì prossimo. Intanto, per il 26 ottobre era già stata fissata in tribunale all'Aquila, davanti ai giudici di secondo grado che stanno trattando il ricorso presentato da madre e figlio per la pesante condanna ricevuta a Pescara, l’udienza che ha il solo fine di affidare formalmente l'incarico a uno psichiatra romano per accertare, con una consulenza, le condizioni mentali della imputata.
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