Latorre: ho rischiato di morire ma rifarei tutto, sono innocente

La potenza di un fuciliere d’assalto stavolta arriva dalle parole, non servono dimostrazioni di forza militare. La saggezza e la serenità del marò Massimiliano Latorre, 54 anni, di cui ben 10...
La potenza di un fuciliere d’assalto stavolta arriva dalle parole, non servono dimostrazioni di forza militare. La saggezza e la serenità del marò Massimiliano Latorre, 54 anni, di cui ben 10 trascorsi forzatamente in India, si evincono dal suo garbo. Essere feriti così profondamente nell’animo e nel fisico non fiacca la sua resistenza etica e morale. Dopo la presentazione del suo libro “Il sequestro dei marò, conversazione con Mario Capanna” sul palco di Guardiagrele, intervistato dal vicecaporedattore del Centro, Lorenzo Colantonio, Latorre accetta di rispondere alle nostre domande.
La storia dei due marò è per certi versi assurda e per altri romanzesca. Massimiliano Latorre, se lei, che l’ha vissuta, dovesse riassumerla in sintesi, come farebbe?
«È una grande e grave ingiustizia. Una storia nata male, e non mi permetto di dire come sia stata gestita perché non è compito mio, anche se noi abbiamo subìto la situazione. Non mi è consentito giudicare l’operato dei miei superiori, civili o militari. Posso dire che non è stata gestita bene».
Qual è stato il momento peggiore vissuto in India e quale invece quello in cui è tornata la speranza di poter rientrare in Italia?
«Uno dei momenti brutti è stato il 21 marzo 2013 quando siamo rientrati in Italia per le elezioni, e poi siamo stati rispediti in India di botto, in violazione della Costituzione italiana che non prevede l’espatrio di persone in Paesi in cui vige la pena di morte. In quel momento, in India, era possibile che venisse applicata anche a noi».
Ne è convinto?
«Sì. A oggi non c’è mai stato un capo di accusa formale da parte dell’India, ma noi eravamo sotto Suaact, la legge anti-pirateria che prevede la pena capitale. Chi investigava era la Nia, in quanto in acque internazionali non potevano investigare la capitaneria di porto o la polizia. Chiamarono in causa la Nia che interviene in caso di tre ipotesi di reato: droga, traffico di armi e terrorismo. Ecco perché l’opinione pubblica indiana titolava sui giornali che noi avevamo agito come i terroristi. All’inizio l’India sosteneva fortemente che l’incidente fosse avvenuto in acque nazionali, ma dai tracciati è emerso che si era verificato in acque internazionali».
E invece il momento più bello?
«È privato, quando mi sono incontrato con mia moglie Paola, con lei eravamo fidanzati da ragazzini e poi ci eravamo persi di vista. Inoltre, sono riconoscente per l’amore della gente, dell’opinione pubblica italiana e non. Ho ricevuto tante attestazioni di affetto da tutto il mondo. Molte le cartoline ricevute durante la detenzione. Una volta usciti dal carcere, le ho raccolte in un bustone. Quanti disegni da parte dei bambini e poi le manifestazioni in Italia con intere famiglie che a proprie spese si muovevano dalle loro città per starci vicini. Sono eternamente riconoscente».
C’è qualcosa che non rifarebbe?
«Assolutamente no, rifarei tutto per amor di patria, perché amo la mia Italia e non rinnego nulla, anche perché la forza mi è stata data dalla consapevolezza dell’innocenza. Il mio dovere era resistere. Voglio solo precisare che il 30 gennaio 2022 quando il tribunale di Roma ha archiviato la vicenda e io non ho mai fatto causa allo Stato.
Lei è stato a Guardiagrele, qual è il suo rapporto con l’Abruzzo?
«Guardi, nasce da un abruzzese, Alda D’Eusanio, che è di Tollo. Con lei ci siamo conosciuti per caso in India, dove era ospite dell’ambasciata e da allora non ci siamo più lasciati. È rimasta quell’amicizia spontanea e siamo così legati che è stata nostra testimone di nozze, oltre che collante della mia conoscenza con Mario Capanna. Ho fatto oltre 20 presentazioni e tante ne farò ancora. Il libro nasce dalla voglia di dire che è finita, ma anche per dare un messaggio di speranza ai ragazzi. Voglio dare risposte alla gente, è mio dovere come uomo e come militare».
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