Lavori sulla riviera: due indagati La Procura: senza autorizzazioni

Intervento senza il consenso dei Beni ambientali: nei guai il titolare della ditta e un dirigente comunale Le indagini dei carabinieri forestali erano scattate dopo l’esposto di cinque consiglieri di opposizione
MONTESILVANO. I lavori di riqualificazione della riviera Aldo Moro di Montesilvano, per intenderci quel tratto che ospitò il concerto di Jovanotti (il “Jova Beach Party”) sulla spiaggia, finiscono in procura e danno l’avvio a un’inchiesta penale ormai giunta alla sua conclusione con due indagati: il titolare della ditta Slim, Alessio Perilli, che realizzò quei lavori, e un dirigente del Comune di Montesilvano, Marco Scorrano.
A far scattare l'inchiesta fu un dettagliato esposto dei consiglieri di minoranza dell’attuale governo guidato dal sindaco di Montesilvano, Ottavio De Martinis: tre esponenti del Partito Democratico (Romina Di Costanzo, Stefano Girosante e Antonio Saccone) e due del Movimento 5 Stelle (Paola Ballarini e Gabriele Straccini). Esposto inviato anche alla procura regionale della Corte dei Conti per valutare eventuali responsabilità circa un danno erariale.
Il reato ipotizzato a carico dei due indagati è legato alla mancanza delle autorizzazioni dei beni ambientali che avrebbero dovuto dare il proprio assenso quando si tratta di lavori entro i 150 metri dalla battigia. Nel giugno del 2020 l’avvio di quei lavori di manutenzione straordinaria fu dato «attraverso i social e la stampa locale», come si legge nell'esposto, «dall'assessore all'Urbanistica e al Demanio, Anthony Aliano». Lavori decisi «con una delibera e senza passaggi in consiglio comunale e senza consultare i soggetti sociali potenzialmente interessati», come scrivono le opposizioni. L’esposto sollevò anche delle perplessità sul come vennero assegnati i lavori alla ditta Slim, ma soprattutto l’assenza di un progetto e la mancata acquisizione dei prescritti permessi e pareri obbligatori da parte degli organismi competenti (Demanio, Beni ambientali, Dogana), tanto è vero che i consiglieri convocarono, in commissione vigilanza, l’assessore competente.
Da quella riunione emerse che «l’opera da realizzare consisteva nel livellare l’arenile sabbioso alla carreggiata stradale, modificando il tracciato della pista ciclabile esistente e contemporaneamente alzando il livello della strada e portando la pista ciclabile anche all’interno della pineta, realizzando altresì un allargamento della strada nel retro pineta».
Anche i costi non erano ben chiari: si parlò di 200 mila euro che però non avrebbero avuto, secondo l’opposizione, una copertura finanziaria. E anche il progetto, in un primo momento, si disse fosse stato firmato dal dirigente finito sotto inchiesta, salvo poi rettificare nominandolo rup.
Sta di fatto che i carabinieri forestali, su disposizione della procura, si recarono più volte in Comune per acquisire tutte le carte e i documenti relativi a quell’opera, arrivando a segnalare gli odierni indagati.
Ma ci fu anche un episodio curioso che si verificò il 19 giugno 2020 quando i consiglieri di opposizione, con un sopralluogo, si resero conto che quei lavori stavano comunque iniziando. In quel cantiere, però, mancava di tutto: dalla segnaletica del cantiere alla deviazione dei percorsi e soprattutto l’autorizzazione rilasciata alla ditta. Venne stilato anche un verbale da una pattuglia dei vigili urbani, finito anche questo nelle carte del magistrato che ha puntato tutto sulla questione ambientale.
I carabinieri forestali di Pescara, infatti, portarono il progetto alla Soprintendenza dei Beni ambientali per avere la conferma della necessità di un loro consenso e scoprirono che nessuno lo aveva mai chiesto. Da qui l’ipotesi di reato contestata ai due indagati.
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