Le famiglie in povertà salgono a 86mila

Il dato peggiorato del 5,7% in un anno. L’economista Mauro: è sorprendente visto che la regione vive un periodo di ripresa
PESCARA . Sono 86.345 le famiglie abruzzesi in povertà relativa, il 15,6% del totale. Si tratta soprattutto di famiglie formate da giovani, oppure con più di quattro componenti, e con basso livello di istruzione. A rilevarlo è l’indagine pubblicata ieri dall’Istituto nazionale di statistica sulla povertà in Italia, riferita a dati del 2017. Alla fine dell’anno scorso in Italia erano un milione e 778mila le famiglie in povertà assoluta, all’interno delle quali vivono 5 milioni e 58mila persone. A queste, si aggiungono altri 3 milioni di famiglie che vivono in povertà relativa, un numero che si traduce in circa 9 milioni di persone. Per banalizzare, 14 milioni di persone a fronte di una popolazione di 60 milioni. Vale a dire uno su quattro.
LA DIFFERENZA. Povertà relativa e povertà assoluta esprimono due tipi di disagio diversi. Un povero “assoluto”, per dirla con parole dell’Istat, è colui che non riesce neanche a procurarsi il paniere minimo di beni e servizi tale da garantirgli un’esistenza dignitosa. Nel report pubblicato ieri, il dato sulla povertà assoluta abruzzese non è disponibile, ma lo sarà a breve. Il povero “relativo”, invece, è colui che si trova al di sotto di una certa soglia di reddito, che varia in base al numero di componenti della famiglia.
La media italiana del 2017 era di 1.085 euro per una famiglia di due persone. Considerato che in Abruzzo vivono circa 554mila famiglie, significa che una famiglia su sei vive in condizioni di povertà relativa. Un dato che rispetto al 2016 da noi è aumentato del 5,7%.
UN DATO SORPRENDENTE. «La prima cosa che emerge», osserva il professor Giuseppe Mauro, ordinario di politica economica all’Università D’Annunzio, «è l’aumento del tasso di povertà in tutte regioni d’Italia, con particolare riferimento alla nostra, dove addirittura in un solo anno l’incremento è di 5,7 punti percentuali. Siamo ancora a un livello largamente inferiore rospetto alla media del Meridione (24,7 per cento, ma con un aumento piuttosto significativo rispetto all’incremento nazionale e di tutte le altre circoscrizioni». In Italia l’aumento è stato del 1,7% (al Nord dello 0,2%, al Centro dello 0,1%, al Sud del 5%).
IL PARADOSSO ABRUZZO. «Un dato sorprendente», prosegue il professor Mauro, «perché l’aumento dell’incidenza del tasso di povertà avviene in un contesto di ripresa economica, sia per quanto riguarda il Pil, sia per quanto riguarda i consumi. Non c’è alcun recupero in Abruzzo, pur in presenza di crescita positiva. Da questa constatazione ne discende un’altra, ed è quella che il problema dei redditi bassi non può essere risolto spontaneamente dal mercato, ma occorrono interventi mirati».
GIOVANI PENALIZZATI. «L’altra conseguenze ulteriore», secondo il professor Mauro, «credo sia da attribuire al fatto che questo aumento del tasso di povertà coinvolge anche la componente giovanile, determinando una diminuzione del tasso di natalità, e di conseguenza un percorso di invecchiamento della regione. Non a caso, l’età media regionale si aggira sui 46 anni, superiore a quella nazionale. Direi che la caduta della natalità sia dettata dall’incertezza dei giovani sul futuro».
I PIÙ POVERI. Leggendo l’analisi dell’Istat si nota che la povertà relativa diminuisce all’aumentare dell’età, cresce se la famiglia è numerosa oppure straniera (per non parlare di cosa succede in presenza di entrambi i parametri), e quando il livello culturale del capofamiglia è più basso. «Sono due», osserva il professor Mauro, «gli aspetti da prendere in considerazione. Il primo è l’incremento della disuguaglianza sociale. Se osserviamo la distribuzione del reddito emerge con nettezza che le famiglie ricche diventano più ricche, le più povere tendono a diventarlo sempre di più, nel corso degli anni».
Il secondo aspetto riguarda l’effetto che queste dinamiche hanno esercitato sul mondo giovanile.
«L’occupazione», aggiunge il professor Mauro, «non è stabile e a tempo indeterminato, ma basata su lavori occasionali, “frammenti di lavoro”, direi. Il problema della flessibilità del lavoro portata a questi estremi, ovviamente, incide sull’andamento della povertà».
LE DISUGUAGLIANZE. Non esiste più ascensore sociale, dice il professore. «I figli di genitori poveri non hanno la possibilità di raggiungere livelli di reddito elevati, ormai è un dato assodato, così come il fatto che il ceto medio abbia subìto un impoverimento dalla crisi in poi. Un numero sempre maggiore di persone si colloca nella coda della distribuzione del reddito». Questi cambiamenti, commenta il professor Mauro, hanno effetti anche su altri aspetti sociali, come le «disuguaglianze nella salute, nelle opportunità educative, l’incremento malattie sociali, emarginazione crescente di persone».
LA TRAPPOLA. La povertà, insomma, sta diventando un problema sociale, o «addirittura una trappola che può essere senza uscita se non si interviene in tempo. L’intervento deve essere mirato per non cadere in un’altra trappola, quella di chi smette di cercare lavoro. Visto che, inaspettatamente, questo trend è in salita in un solo anno, è chiaro che bisogna destinare risorse al più presto a questo problema. Una scelta», conclude il professor Mauro, «che potrebbe avere effetti positivi su tutto sistema economico, aumentando i consumi e stimolando le imprese a produrre, innescando un circolo virtuoso».

