Le insalate per il campione Ayrton amava Pescara

4 Gennaio 2015

di ANTONIO DE LEONARDIS A casa Pilota lo aspettavano per il giorno dopo la gara di Imola come capitava ormai da anni. Un legame forte con Gino e la moglie Jutta, uno di famiglia, che fosse un...

di ANTONIO DE LEONARDIS

A casa Pilota lo aspettavano per il giorno dopo la gara di Imola come capitava ormai da anni. Un legame forte con Gino e la moglie Jutta, uno di famiglia, che fosse un campione, il più forte della Formula Uno, era solo un trascurabile dettaglio. La storia era cominciata nell'88, nella stagione del primo trionfo mondiale, da allora Pescara faceva comunque parte del suo mondo. In quella villa sulla collina di Francavilla, ora di proprietà di Jarno Trulli, Ayrton Senna ha ancora la sua stanza, piena di foto e ricordi che non cancellano momenti felici di una vita tragicamente spezzata in quell'ultimo maledetto Gran Premio, il 1° maggio 1994.

La pastasciutta di Michele da Eriberto, le insalate che preparava la Jutta, le trigliette che riusciva a procurarsi il padrone di casa, le partite di tennis con Tommaso Tucci alla Campagna, le macchinette da corsa radiocomandate con le quali ingaggiava sfide tiratissime in giardino con Gerhard Berger, austriaco, pure lui pilota di Formula 1, le volate con la moto d'acqua sul mare di Francavilla, le sudate sulla pista dello stadio Adriatico per tenersi in forma. «Arrivava alla fine del nostro allenamento con la 500 rossa di Gino», racconta Giovanni Galeone, pure lui assiduo di casa Pilota, «lo aspettavano Italo Rapino e il custode, con Edy Reja, che lo assisteva, cominciava a fare giri di campo a velocità sempre più sostenuta». «E io per la verità», precisa l'attuale allenatore della Lazio, «dopo i primi 400 metri mi fermavo proprio perché non ce la facevo a stargli dietro. Era capace di farne almeno dieci di giri. Un perfezionista anche per quel che riguarda la preparazione. E poi, quando si tornava a casa, passava ore a rivedere il filmato della sua ultima gara, cercando di scoprire eventuali errori o difetti della macchina; 3/4 giorni, a volte una settimana di relax e lavoro con i suoi amici di Pescara, una presenza discreta, riservata, per anni un appuntamento fisso dopo Monza e Imola ma anche qualche blitz a sorpresa lontano dai giorni delle corse, assieme alla mamma e alla sorella Viviane. «Era diventato anche un po' tifoso del Pescara», dice Gianfranco Mazzoni, giornalista abruzzese che racconta la Formula 1 per la Rai, «ricordo che un giorno prima di una gara in Australia mi chiese se ce l'avrebbe fatta a evitare la retrocessione. Nel '92 giocò pure all'Adriatico con la squadra dei piloti contro politici e allenatori. Finì 4 a 4 e lui segnò anche un gol». Aggiunge Galeone: «Correva più di tutti ma si capiva che non era quello il suo sport preferito. Un ragazzo eccezionale, semplice, trasparente, un campione come uomo e non solo al volante». Dei suoi amici pescaresi l'ultimo a vederlo prima della tragedia fu Edy Reja: «Quell'anno allenavo il Bologna, il sabato pensai di andarlo a trovare a Imola. Appena mi vide mi venne incontro, mi abbracciò e restammo a parlare per un po'. Era nervoso, mi confessò che non era soddisfatto di come erano andate le prove, c'era qualcosa che non lo convinceva sull'assetto della vettura. Poi la domenica, mentre andavo in auto allo stadio sentii alla radio la notizia dell'incidente. Quel ricordo terribile me lo porterò dietro per sempre».