Lingue affilate e battute taglienti Città preda del pettegolezzo

6 Gennaio 2017

La nostra intervista a Colapietra e le sue critiche alla manifestazione hanno scatenato il dibattito Cialente: ha ragione il professore, attraverso la denigrazione si sono costruite e distrutte carriere

L’AQUILA. Una città preda della maldicenza. Con lingue affilate e battute taglienti condite da dissacrante ironia. Vizi e virtù, sbandierati nella pubblica piazza, in nome del colpo di scena. E giù aneddoti e storielle tra leggenda e fantasia. Con il solo intento di catturare l’attenzione, additare il personaggio di turno, demolirne la credibilità.

DI MALE IN PEGGIO.. È L’Aquila del pettegolezzo. Una città legata appunto a doppio filo alla maldicenza, che porta insito nel Dna il seme della “chiacchiera”, spesso inopportuna o malevola. Tanto da celebrarne annualmente la storica tradizione, nella festa di Sant’Agnese, il 21 gennaio. Un fenomeno popolare, che custodisce consuetudini tramandate da tempo immemorabile e che, solo negli ultimi anni, ha visto prevalere un’accezione positiva. Maldicenza come “dire male del male”, come critica costruttiva. Uno snaturamento, quasi, con interpretazioni diametralmente opposte, che dividono l’opinione pubblica.

ALTRO CHE STORIA. È nella città delle 99 Cannelle, delle 99 chiese e di Celestino V, proprio dentro la cinta muraria, che si è sviluppato, nei secoli, il segno distintivo della maldicenza, legato alla festa liturgica in cui la chiesa ricorda Sant’Agnese Martire. Dentro il contesto spirituale si inserisce l’accezione ludica e goliardica, della “festa strana” delle malelingue. Tradizione vuole che il culto della maldicenza sia nato attorno alla figura delle serve e prostitute, che venivano accolte nel monastero di Sant’Agnese, accanto alle mura del Quarto di Santa Maria Paganica, e che ben conoscevano i segreti delle case gentilizie. Il 21 gennaio, giorno della ricorrenza del martirio di Sant’Agnese in cui – secondo gli statuti del 1300 – era vietato lavorare, si trasformò ben presto nella celebrazione del popolo. Nel chiuso di fumose bettole le serve davano libero sfogo alla narrazione di fatti e fattarelli della nobiltà. È con una sorta di elezione popolare, che la Santa martire è assurta a ruolo di “protettrice delle malelingue”, secondo la tradizione aquilana.

AQUILANI PETTEGOLI. L’Aquila d’altri tempi fondò la sua esistenza sul pettegolezzo, arte e ingegno degli aquilani, che ancora oggi si perpetua. Da manifestazione puramente goliardica, fino al risvolto positivo attribuito dal Pianeta maldicenza. Centinaia di congreghe e associazioni celebrano, in un clima gioioso che a tavola dà il meglio di sé, le “lingue lunghe”, assegnando le ambite cariche. Ma il vezzo del chiacchiericcio non si esaurisce qui. VADO AL MASSIMO. Lo storico Raffele Colapietra, analizzando la festa di Sant’Agnese, ha definito gli aquilani “chiusi, invidiosi, classisti e ipocriti”. Concorda il sindaco Massimo Cialente, che dice «di aver pagato sulla propria pelle questa propensione alla maldicenza». «Siamo in una città di provincia, dove storicamene il pettegolezzo è marcato, ma all’Aquila è assurto a un ruolo più alto: attraverso la denigrazione e la dietrologia», afferma Cialente, «si sono costruite carriere politiche, poteri forti e scalate personali. Mai come in questo periodo, in cui i valori languono, è rimasto solo il baluardo della maldicenza, frutto di uno storico isolamento della città. Ne sono stato pesantemente vittima, al centro , con la mia famiglia, di gossip che hanno intaccato la sfera personale».

IPOCRITA SARÀ LEI. L’ironia tutta agnesina e il dibattito sull’indole “classista e ipocrita” degli aquilani solletica il palato dell’ex sindaco e senatore, Enzo Lombardi. «Negli anni Novanta la deterrenza politica faceva sì che non si apportassero contributi normali alla dialettica, ma che si viaggiasse, tra i partiti, sull’onda della cattiveria, tipicamente aquilana. Ne sono stato vittima in prima persona, ho subìto 32 processi, tutti senza conseguenze, ma con un gran dispendio sul piano della onorabilità, della famiglia e del senso civico.

Tra i protagonisti di queste battaglie c’era Stefania Pezzopane, donna intelligente e volitiva. Talmente caparbia da guidare la “tri-murti”. Cos’è? La traide Pezzopane, Cialente, Lolli».

ARMA LETALE. Anche la senatrice Pezzopane dice la sua. E sottolinea di essere finita, spesso, nel vortice del “pettegolezzo aquilano”. Oggi come ieri. «Negli anni Novanta non si scherzava. Erano tempi diversi e gli scontri politici in aula erano molto forti. Ricordo quando fu approvato lo Statuto del Comune: Lombardi, che allora era sindaco, organizzò una cerimonia in pompa magna, al Teatro comunale. Dopo il suo intervento, all’improvviso il colpo di scena: insieme a Giorgio Iraggi, Francesco Aloisi, Luciano Fabiani e Massimo Cialente, mi alzai e lasciai la sala. Rimase di stucco. Si arrabbiò come un matto. Oggi il pettegolezzo sfocia spesso, nella calunnia», prosegue la Pezzopane, «e diventa facile arma per creare danno, in una città dove la maldicenza corre sul filo di lana».

FESTA INFERNALE. «Sant’Agnese è una manifestazione originale e ingegnosa figlia dei lunghi inverni aquilani», è il parere del professore e storico Umberto Dante, che fa un’analisi interpretativa di una ricorrenza che affonda le sue radici nella tradizione locale: «Credo sia un esercizio di affilamento dell’identità e della conoscenza reciproca. Lo dico ragionando con il buon senso: in tanti anni di permanenza all’Aquila, non sono mai stato invitato alla festa. Credo che la stessa cosa accada ad altri “forestieri”. Gli aquilani sono nati in una situazione difficile e stimolante: hanno risposto temprando forze e menti. Anche di questo fa parte Sant’Agnese. In fondo, tra i non aquilani, penso di essere quello che conosce meglio la città, avendo unito al lungo soggiorno lo studio del passato e la comparazione con altre realtà». Poi l’invito – accettato – è arrivato dal presidente dell’associazione Confraternita dei Devoti di Sant’Agnese, Angelo De Nicola.

GIRO DI VITA. «Sentire il professor Colapietra ergersi a giudice degli aquilani mi fa sorridere, in quanto lui ne rappresenta la vera essenza. Oserei dire un aquilano doc», il commento di Ezio Rainaldi, imprenditore e componente di Confindustria L’Aquila, «mi preoccuperei, piuttosto, di utilizzare le esperienze e le professionalità personali per metterne in evidenza le qualità, non i difetti. Ognuno di noi si è scontrato con tali e tante, oserei dire... aquilanità. Ma oggi, forse è il caso di mettere in luce soprattutto le eccellenze di questa città e dei suoi abitanti. Colapietra potrebbe essere il padre di molti di noi», conclude Rainaldi, «e un padre, di solito, non mette mai in luce i difetti dei suoi figli. Anzi, li copre. Uno schiaffo lo dà quando lo meritano i figli. E gli aquilani, oggi, non lo meritano».

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