Mare sporco e fognatura rotta: balneatore chiede 80mila euro

Il gestore di Oriente vuole un risarcimento per il calo di presenze dopo il crollo dell’Asse attrezzato La causa contro il Comune e l’Aca approda in Corte d’appello: «Stagione segnata dall’inquinamento»
PESCARA. L’allarme inquinamento, le notizie ripetute sugli sversamenti in mare, i clienti che hanno disertato la spiaggia. Sono state due estati nere, quella del 2015 e del 2016, per lo stabilimento Oriente che ha quantificato i danni in 80mila euro e si è rivolto al giudice per chiedere il risarcimento al Comune. Lo aveva fatto nel 2019 ma il Tribunale di Pescara il 3 maggio 2022 ha rigettato la richiesta e ha anche condannato la società che ha intentato la causa a risarcire integralmente le spese processuali in favore del Comune di Pescara e nella misura del 50% delle altre parti in causa. Caso chiuso? Tutt’altro.
Adesso, la stessa società ha fatto ricorso alla Corte d’Appello dell’Aquila, ritenendo di avere diritto al risarcimento di tutti i danni, ribadendo che la somma richiesta è pari a 80 mila euro oppure quella, «maggiore o minore, che sarà ritenuta di giustizia». Nei giorni scorsi, la giunta comunale ha deliberato di resistere all’atto di citazione in appello per cui la vicenda prosegue nel capoluogo di regione.
I fatti alla base di tutto risalgono a otto anni fa, un’altra vita se si pensa che da tre anni Pescara ottiene il riconoscimento della Bandiera Blu anche per la qualità delle acque di balneazione. Era il 2015 quando si sono verificati due episodi che avrebbero «segnato negativamente la stagione balneare» dello stabilimento situato sul lungomare nord, non distante dal fiume, come ricostruisce la delibera del Comune. La società sostiene di «aver subito una riduzione delle presenze in spiaggia e una minore fruizione dei servizi collegati alla gestione dello stabilimento balneare, in conseguenza del clamore mediatico suscitato dallo sversamento nel fiume, e quindi in mare, di liquami fognari». La ripercussione è stata la «non balneabilità del tratto di litorale» che si trova all’altezza della concessione, «riscontrata dalle analisi effettuate da Arta Abruzzo», incaricata di monitorare costantemente la qualità dell’acqua di mare. Lo sversamento nel fiume Pescara, ricorda sempre il provvedimento del Comune, è avvenuto «per effetto della rottura della condotta fognaria in due occasioni». L’episodio scatenante è stato il crollo dell’Asse attrezzato all’altezza di via Raiale, il 6 aprile 2015, quando «crollò il muro di sottoscarpa dell’Asse attrezzato, all’altezza dello svincolo per Francavilla al Mare»: era la notte di Pasqua quando più di 100 metri dell’Asse franarono distruggendo la condotta fognaria del depuratore, a ridosso del cementificio, creando un’emergenza liquami che portò, nei mesi successivi, un’altra emergenza, quella del mare inquinato. Il secondo allarme scattò il 28 luglio 2015, «a seguito della riattivazione temporanea da parte di Aca spa della vecchia condotta sotterranea, in attesa del ripristino di quella crollata».
Il Comune, dopo il ricorso, ha coinvolto l’ Aca, che ha respinto ogni addebito e a sua volta ha chiamato in causa la propria compagnia assicuratrice. Il giudizio avviato da Oriente, poi, è stato riunito con un altro, instaurato dal Comune nei confronti dell’Anas, dei professionisti che hanno progettato e collaudato il tubo fognario agganciato al muro crollato e della propria compagnia assicuratrice. E si è arrivati alla sentenza del Tribunale che ha rigettato le eccezioni preliminari sollevate dalle altre parti in causa e la domanda risarcitoria di Oriente, condannando la società proprietaria dello stabilimento al pagamento delle spese processuali. Ma la faccenda non si chiude qui.

