Market, farmacia, centro analisi Emergenza servizi a Fontanelle

La palestra che doveva aprire è ancora in alto mare e il sottopasso chiuso ha messo in crisi i negozi La sicurezza è sempre più carente: un solo vigile urbano effettua una ronda il sabato mattina
PESCARA. Per i pescaresi del centro Fontanelle è «l’ultima periferia della città».
Con i suoi 4.500 abitanti e i 540 appartamenti di edilizia residenziale pubblica in via Caduti per servizio, rappresenta uno dei quartieri dove si annidano emergenze sociali come povertà, microcriminalità e marginalizzazione.
«Il problema non è la presenza del male, ma l’assenza del bene», sintetizza don Massimiliano De Luca, l’energico parroco di San Pietro Martire, protagonista negli anni scorsi di centinaia di battaglie per tentare di portare un minimo di servizi nella zona che si allarga fino al confine con Sambuceto.
L’elenco di ciò che manca è lungo e corposo. I residenti lo ripetono quasi come un mantra a ogni incontro pubblico o visita istituzionale da parte della classe politica.
C’è la promessa di una farmacia, strappata alla vecchia amministrazione di centrodestra dopo la presentazione di 2.000 firme e un consiglio comunale fiume che nel 2013 vide la partecipazione di anziani e bambini.
Ma, nonostante l’individuazione dell’area (tra il semaforo di via Tirino e l’inizio di Sambuceto), il bando di concorso regionale è bloccato da mesi. Nel quartiere non c’è un laboratorio di analisi dove gli anziani e le famiglie con i bimbi piccoli potrebbero rivolgersi per un esame del sangue o delle urine.
Il primo supermercato e la prima edicola si trovano in via San Marco, a oltre un chilometro e mezzo da via Fontanelle.
La palestra costata 500mila euro che, secondo la maggioranza Pd, si sarebbe dovuta inaugurare questa primavera, è ancora in fase di ultimazione con i lavori che procedono a rilento.
«Abbiamo un bar che viene rapinato un giorno sì e l’altro pure», evidenzia Nello Raspa, tra gli attivisti dell’associazione Insieme per Fontanelle e bersaglio, negli anni scorsi, di una serie di attentati intimidatori, «questa zona è dimenticata dalle istituzioni. Persino il sottopasso, sotto sequestro dopo la morte per allagamento di una donna durante l’alluvione dello scorso anno, non è stato più riaperto. Sulla strada ci sono tre negozi: un tabaccaio, un fruttivendolo e un panificio, ma con la strada chiusa sono stati condannati a morte».
La povertà raggiunge picchi impressionanti: solo la Caritas parrocchiale assiste 140 famiglie.
«Non si tratta di extracomunitari, ma di gente del posto», sottolinea don Max, «i nostri abitanti delle periferie ogni giorno vengono umiliati dai nobili dei quartieri ricchi: ci sono colf che vengono pagate 2,50 euro all’ora per prestare servizio alle famiglie del centro senza che gli si rimborsa nemmeno il costo del biglietto dell’autobus. Abbiamo il fenomeno del caporalato: basta venire qui alle 7.30 del mattino per vedere come i lavoratori vengono caricati e portati nelle campagne di Cepagatti per pochi euro».
L’assenza di servizi aumenta la percezione di insicurezza. Non bastano le 26 telecamere installate in via Caduti per Servizio dall’ex amministrazione guidata da Luigi Albore Mascia con un investimento di 60mila euro. Quello che chiedono i cittadini, costretti a convivere con lo spaccio nelle abitazioni e le case occupate abusivamente, è un presidio fisso di polizia, come nelle settimane degli attentati, delle auto e dei citofono bruciati.
«C’è solo un vigile», aggiunge Raspa, «che un giorno a settimana, il sabato mattina, viene mandato a sorvegliare la zona. Ma non è sufficiente. Qui ci sono palazzi privi di portone perché devono essere sempre accessibili giorno e notte. A dicembre 2013 abbiamo segnalato la rottura di una telecamera all’altezza dei palazzi al civico 33, 35 e 37, ma non è mai stata messa a posto. Due anni fa è crollato il muro della palazzina al civico 48 e stiamo ancora aspettando che vengano a sistemarla».
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