Massacesi: il killer di Bucco non va cercato al porto

Omicidio di via Leopardi, parla l’amico che scoprì il cadavere nell’appartamento «Da quel giorno vivo nell’angoscia, non dormo più. Nicola era benvoluto da tutti»
PESCARA. «E chi dorme più. Di giorno e di notte ho sempre il pensiero di Nicola: per me era più di un amico, era un fratello». Parla di «giorni angosciosi» Vittorio Massacesi, il titolare del baretto del porto che il 14 novembre trovò Nicola Bucco in una pozza di sangue, ucciso a coltellate nell’appartamento al piano terra di via Leopardi.
La verità. A due mesi e mezzo dall’omicidio che ha sconvolto la marina, mentre i sospetti a carico dell’unico indagato Giuseppe Del Rosario si sono già tutti sgretolati, e per scagionarlo si aspetta solo il risultato ufficiale degli esami scientifici su indumenti, auto e coltelli sequestrati sulla barca del 65enne di Chieti, Massacesi che per primo alimentò quei sospetti raccontando alla polizia della lite di quella mattina tra Bucco e Del Rosario, oggi dice: «Io quello che sapevo l’ho detto. Non so altro. Ho avuto dei sospetti ma il fatto che alla fine non hanno portato a niente fa capire che io proprio non ho idea di chi può essere, di chi ha ucciso Nicola. Spero solo che lo prendano».
Eppure, per gli investigatori della squadra Mobile diretti da Pierfrancesco Muriana, Massacesi, che pure si è mostrato attendibile nelle sue dichiarazioni, non ha detto tutto quello che sa. Ma lui replica così: «Nicola mi diceva quello che mi voleva dire, ma del suo passato, a parte qualcosa, non mi ha detto tutto». Parla del passato di Bucco, Massacesi, convinto che «una cosa così non può venire dal porto. Perché qui Nicola si è fatto benvolere da tutti. Dicono di un grosso debito, ma vecchio, di tanto tempo fa. Io non lo so. Se poi c’è un fattore passionale, non so neanche questo. Lui ha avuto qualche relazione, ma nessuna fissa e comunque con donne che non andavano a casa lì».
L’appartamento. Una casa che Nicola Bucco, 53enne, separato, padre di un ragazzo ma senza un lavoro fisso, aveva preso in affitto a settembre proprio grazie all’aiuto di Massacesi. «Lo conoscevo da quattro-cinque anni, veniva al porto dove aveva già delle amicizie. In quel periodo lo ospitava un amico a Santa Teresa, poi un po’ è stato dalla ex moglie, ma se n’era andato. Ultimamente non voleva più tornare dall’amico a Santa Teresa perché non aveva i mezzi per spostarsi, e lì stava isolato. Voleva trovare una casa qui, mi chiese di dargli una mano e io gliel’ho data. Da quando lo conosco», va avanti Massacesi, «l’ho sempre aiutato. Gli dissi considera che è per un po’, anche perché io non ci potevo andare a vivere, se non saltuariamente. Ma a lui serviva giusto per l'inizio, per la caparra e i primi pagamenti. Nel giro di due-tre mesi pensava di farcela».
L’esecuzione. Invece non ce l’ha fatta Nicola Bucco che tra le 14.10 e le 15 di quel dannato mercoledì di novembre viene ucciso mentre si sta cucinando la pasta, da qualcuno che conosce bene, perché sulla porta non ci sono segni di effrazione e dunque lui lo lascia entrare, e perché addirittura gli dà le spalle mentre l’assassino lo segue fino all’ingresso della cucina e lì gli sferra tre coltellate alla gola, alla guancia e all’addome prima di fuggire lasciando la porta di casa aperta. È’ questa la scena che Massacesi descrive ai soccorritori del 118 quando, poco prima delle 17, va a trovare Nicola e si trova in mezzo a quell’inferno, costretto a calpestare la chiazza di sangue per raggiungere il fornello e poi a doversene giustificare con gli investigatori, a loro volta rapidi a trovare tutti i riscontri con elementi che ancora oggi collocano Massacesi fuori dalla scena del delitto.
La telefonata. «In quella casa ci stavo saltuariamente, ma tante volte Nicola mi invitava a mangiare», racconta Massacesi. «Quel pomeriggio Nicola è stato al bar fino alle 14, 14.15. Disse che andava a casa. Quando sono arrivato io, tra le 16,45 e le 16,50, il fornello era ancora acceso. C’ero andato perché a quell’ora ci vedevamo quasi sempre, non tutti i giorni ma quasi. Per un caffè, due chiacchiere, se ci usciva facevamo anche una passeggiata. Quel giorno avevo anche provato a chiamarlo, appena dopo le 16, ma il suo telefono era spento. Volevo vedere se stava ancora a casa, perché non sempre poi ce lo trovavo. Così, appena mio fratello Roberto mi ha dato il cambio al bar, sono andato da Nicola». Con sè, come sempre, Vittorio Massacesi ha la chiave di quell’appartamento al piano terra ma, come racconterà poi agli investigatori, non deve neanche usarla, perché trova la porta aperta.
Il dolore. «Forse se fossi arrivato prima, se mi trovavo pure io in casa, forse avrei potuto salvarlo, non lo so. Oggi dico solo che per me è una tragedia, sto vivendo giorni angosciosi, di giorno e di notte ho sempre questo pensiero», si sfoga addolorato. «Gli volevo bene, lo consideravo un fratello», ripete Massacesi.
E poi: «Nicola ha avuto tanti problemi, un po’ con la giustizia, un po’ quando si è separato dalla moglie. Ma ci teneva tanto al figlio e io l’ho aiutato anche per quel figlio, un ragazzo splendido. E l’ho aiutato anche prima che prendesse casa. Qualche volta è venuto a casa mia a mangiare, ma non voleva disturbare più di tanto.
La nostra è una famiglia numerosa che ha aiutato sempre tutti, una famiglia di buoni», rimarca Vittorio, che oggi in via Buozzi abita con i due fratelli Roberto e Maurizio con i quali porta avanti anche il baretto del porto. Un baretto dove, fino a quando l’ingresso dell’asta del pesce era ancora lì davanti, già dalle tre del mattino era pieno di pescatori. Ma oggi che di soldi se ne vedono sempre meno, Vittorio non è cambiato: «Bianchi o neri, abbiamo aiutato sempre tutti. È con questo spirito che ho aiutato anche Nicola».
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