Mentana: tv radicalizzata, voglio fare un tg diverso

Il conduttore prossimo all’addio a La7: «Oggi i talk sono finti contraddittori»
PESCARA
Entra in scena con passo da cowboy. Poi, galvanizzato dalla standing ovation che gli riserva la sala strapiena del Teatro Massimo, Enrico Mentana sul palco fa il mattatore. Battute su battute, coinvolge il pubblico, si prende in giro. Soprattutto, spiega il mondo: da quando ha annunciato l’addio alla conduzione di Tg La7, è diventato il John Wayne del giornalismo italiano. Invece che pallottole, spara sentenze.
Nell’ora abbondante di dialogo con Luca Sofri all’interno della cornice del festival del Fla di Pescara, Mentana ne ha per tutti. A volte punzecchia da lontano, come quando accenna, senza citarla, a Lili Gruber e al famoso litigio per il ritardo della diretta di Otto e mezzo, anche se poi si ferma: «Avete pagato (solo) 5 euro di biglietto e volete anche...». Altre volte è più caustico, come quando rivendica di non aver avuto bisogno di inviati per raccontare le Midterm americane nella sua ultima maratona – forse in tutti i sensi – sul settimo canale: «In un’elezione in cui si vota in 50 Stati, tu non sai mai qual è che ti dà la notizia: dovresti mandare 50 inviati, ma a quel punto Cairo si suicida». Solita risatina singhiozzata che impacchetta la stoccatina al suo ormai quasi ex editore.
Il 23 dicembre, infatti, sarà addio a La7. Ma per andare dove? È la curiosità di tutta platea. Mentana se la coccola, ma non risponde: «Vengo a Pescara a fare il vicesindaco», dice guardando il sindaco Carlo Masci, in prima fila, che se la ride. Poi, una volta tornato più serio, l’anchorman confessa cosa va cercando: «Voglio trovare una zona franca per un telegiornale che sia al di fuori della logica di teleMeloni o TeleantiMeloni». Forse significa un ritorno a Mediaset o forse qualcosa di completamente nuovo. Ancora non è dato saperlo. Ma Mentana oggi è così: un giornalista fuori dalla contrapposizione «noi e loro», che non accetta la «radicalizzazione della televisione» né il bipolarismo della politica e tiene alta l’attenzione sul suo futuro. Ricorda qualcuno? «A costo di rimanere solo con Calenda, me ne tiro fuori», promette al pubblico che lo applaude.
Già, il povero Carlo. Non c’è, ma è come se ci fosse. Con il leader di Azione il rapporto è ondivago. Il tema è sempre quello delle logiche da tifoserie che spaccano il Paese. «Se uno non parte dall'analisi della realtà, non arriva da nessuna parte. Diventa saccente: se è di sinistra, sta nel campo largo, altrimenti è Calenda», scherza Mentana. Il pubblico gradisce. Lui non se lo fa ripetere due volte e continua lo sberleffo: «Ho letto qualcuno con un bello spirito che ha scritto che i due ragazzini della minicar di Roma che andavano a fare i gagà, credevano di essere Calenda. Ed è proprio lui: uno con un piccolo veicolo che vuole insegnare agli altri cosa è giusto o sbagliato. Si comporta come Luca Marelli che spiega il Var». Altro giro di risate. Poi, più serio: «Il nostro problema è che Calenda spesso dice la cosa giusta, è il nostro grillo parlante. Ma voi lo sapete che fine ha fatto, no?». Insomma, la realtà va guardata dalla prospettiva di chi ha il 3% dei consensi. Mentana, come Nanni Moretti, oggi si trova a suo agio con la minoranza.
Che poi, il problema, non è neanche il telegiornale. Che dal 2009 è rimasto praticamente uguale: «È il mondo che è cambiato», garantisce Mentana a Sofri. Il problema della «tv radicalizzata» sono i talk show: «A seconda della rete in cui ti trovi, puoi immaginare quali e quanti sono gli ospiti. E spesso vedi quelle cose imbarazzanti», continua il giornalista, «tre fortissimi di una parte contro uno un po’ più fesso dell'altra, che fa la fine di Gianni’s dei Brutos». Il personaggio del gruppo comico che alla fine di ogni sketch prendeva almeno un ceffone. Mentana la chiama la «simulazione del contraddittorio con l’utile idiota», ed è ciò che rimprovera anche a La7. Un esempio? «A Bocchino l’altro giorno ho scritto un messaggio. “Vieni avanti Bocchino”. Lui però ha capito che era una battuta: è un uomo intelligente che si presta allo show».
Insomma, in un mondo dove ormai si vedono «il bianco e nero», l’anchorman reclama il diritto alle sfumature: «“Ma non te ne potevi accorgere prima che la tv era così?”, mi ha chiesto qualcuno che crede di essere intelligente, e probabilmente lo è stato. Ma prima non era così». Dietro ci sono i social, la vittoria di Meloni e il «tronfio orgoglio» del giornalismo di destra, da una parte, e le accuse di fascismo dell’altra fazione. «C’è una dinamica ferina della politica, che è tutta noi o loro», analizza Mentana. E proprio le sfumature gli sono costate la gogna dei social negli ultimi giorni. È diventato virale uno spezzone di 20 secondi della sua maratona sulle Midterm – 6 ore e 40 totali – in cui dice che «Trump ha fatto anche delle cose buone». Che intendevi, domanda Sofri. «Non c’era nessuna riabilitazione in quella frase», chiarisce l’anchorman, «ma la storia è diversa dal tifo. La batosta elettorale ha scoperto, in una volta sola, tutte le rughe di Trump. E noi le abbiamo raccontate. Ma c’era bisogno anche di ricordare altri aspetti della vicenda». Il pubblico per un attimo smette di sbellicarsi e guarda perplesso: di quali aspetti parla? Il Board of Peace per la tregua a Gaza, per esempio. «Sappiamo tutti quanto sia fallace, precario, ma dobbiamo ricordarci cosa accadeva prima di Sharm–El-Sheik. Quell’incontro ha fermato una guerra che marciava a un ritmo abnorme di perdita di vite umane e, soprattutto, che non garantiva nessuna possibilità di attenuazione. Anzi, c’era il rischio che si incendiasse tutta la regione».
Da Trump alla questione Israele, il passo è breve. «Mi si dice sostanzialmente: tu sei un po’ ebreo, no? Ma io mi vanto di essere stato battezzato prima di Papa Leone XIV. Sono nato qualche mese prima di lui!». Risata mentaniana. Poi il ricordo: «Mia mamma era ebrea e, quando era bambina, dovette nascondersi tra le montagne non lontano da qui, a Fermo, per sfuggire ai rastrellamenti dei nazisti. Ma era una donna molto laica: la prima volta che sono entrato in una sinagoga avevo 50 anni». Chiariti questi aspetti, e rifiutato l’utilizzo del termine genocidio per definire la guerra a Gaza (usato da una parte dell’opinione pubblica come «girone di ritorno emotivo e culturale nei confronti degli ebrei»), si arriva al «vero» tema dello Stato ebraico: la scomparsa della sinistra. Che lì si è dissolta, sostiene Mentana, per la contrapposizione religiosa, il fanatismo suprematista e la presenza costante di nemici esterni. Ma che è scomparsa anche altrove, Italia compresa, perché «ha letteralmente finito il suo repertorio». Che significa Mentana lo spiega subito dopo: «Le ultime vere riforme nel nostro Paese sono state lo statuto dei lavoratori del 1970 e, in campo civile, la legge sul divorzio. Da allora, sono stati solo aggiustamenti». Ancora più chiaro: «Alla sinistra oggi manca una cosa fondamentale, di cui la destra non ha molto bisogno perché parla di patriottismo e nazione: non ha un’idea di futuro». Altro giro di applausi. «Per questo il progressismo si è essiccato a livello internazionale», sentenzia. E poi una stoccata, apparentemente da destra, al campo largo: «Oggi il progressismo è diventato quella idea bonaria per cui ci sono buoni contro cattivi». Quando Mentana dice che il campo largo «non ha un leader perché non ha un’idea forte», il pubblico lo applaude; Quando però aggiunge che l’idea di sviluppo del centrosinistra ruota attorno al «“bonellismo”, l’ecologia», il Teatro Massimo è un po’ più freddo.
Mentana sul centrosinistra. Mentana sulla tv. Mentana sui social, su Israele e sugli Stati Uniti. Mentana su ogni cosa. Il pubblico lo ha seguito. Alla fine, una signora si alza per andarsene, appena prima della fine. L’anchorman se ne accorge: «Ma lei è la moglie di Calenda?». Pure comico: cinquanta (almeno) sfumature di Mentana a Pescara.

