Michetti e quella lite lunga 20 anni

La causa tra il Comune e gli eredi sulle opere. Blasioli: le porteremo all’Aurum
PESCARA. E’ il più classico degli amori burrascosi, quello tra lo scultore Vicentino Michetti e la sua città. Un tira e molla che va avanti da vent’anni a colpi di carte bollate, promesse disattese da quattro diversi sindaci e una scia interminabile di rancori che ha finito per scavare un solco tra gli eredi dell’artista scomparso e coloro che avrebbero dovuto tributargli il giusto riconoscimento. La memoria troppo corta dei pescaresi e la scarsa attenzione per il talento visionario dell’autore della Stele dannunziana e dell’Elefante di piazza Salotto hanno fatto il resto: il patrimonio di 83 opere d’arte, donato al Comune il 15 novembre del 1995 per allestire una mostra permanente, è oggi chiuso a chiave in qualche sgabuzzino. Nella migliore delle ipotesi le 37 sculture in terracotta, bronzo, marmo, cera e gesso stanno prendendo la polvere in qualche luogo nascosto del Museo Vittoria Colonna. Il dipinto ad olio “I miei genitori” è invece attaccato a una parete della sala della presidenza del consiglio comunale, mentre i 45 disegni numerati sono rimasti nelle mani delle quattro figlie Laila, Pasqualina, Alba Maria e Rosaria. Il tutto in attesa che quella piccola fortuna, stimata allora in 220 milioni di vecchie lire, possa trovare una degna collocazione agli occhi dell’intera cittadinanza.
A pochi giorni dalla celebrazione del 106° anniversario, a riaccendere la polemica è il mancato spostamento di “Grazia la marinara” nella piazza della Madonnina. Gli eredi vorrebbero vederla in un posto centrale ma per farlo c’è bisogno di soldi e il Comune in predissesto può permettersi soltanto di accendere qualche lucina, apporre una targa e portare al centro della sala consiliare la statua che un tempo era destinata a Largo Mediterraneo, al posto della Nave di Cascella. «E’ tutta colpa del centrosinistra», se ne era lavato le mani il consigliere Carlo Masci (Pescara futura) all’indomani delle polemiche sollevate da Laila Michetti, «avevamo predisposto 7mila euro per quel progetto che non è mai stato portato a termine». «Non c’è nessun atto che certifichi l’impegno di spesa», risponde oggi Antonio Blasioli, «se il centrodestra teneva davvero alla memoria di Michetti, avrebbe piuttosto rispettato i termini della donazione e il successivo accordo transattivo». Come si evince dal lungo carteggio tra l’amministrazione e gli eredi, la lunga querelle inizia il 15 novembre 1995, quando lo scultore ancora in vita dona al Comune 83 opere d’arte «scelte fra quelle maggiormente rappresentative». «Per concorde volontà dei contraenti», si legge sul documento, le sculture, il quadro e i disegni dovevano essere esposte in una sala dedicata all’artista «nel costituendo museo di arte moderna» con l’aggiunta dell’intitolazione di una strada. Ma il tempo passa, le amministrazioni cambiano e nessuno dà seguito a quell’impegno. Le figlie decidono di fare causa al Comune e solo il 9 febbraio 2011 viene sottoscritto un accordo transattivo con l’ex sindaco Luigi Albore Mascia: entro un anno le opere dimenticate sarebbero state trasferite all’Aurum con la dedica della sala degli Alambicchi in cambio della rinuncia all’azione legale. Ma anche questo passaggio resta lettera morta al punto da arrivare a una diffida. L’unica conseguenza è una delibera di giunta per intitolare all’artista scomparso la stanza dell’Aurum, denominata “Sala Vicentino Michetti”. L’ultimo incontro tra le parti risale a marzo: l’accordo salta e il verbale non viene sottoscritto dalla famiglia rappresentata dall’architetto Antonio Michetti che avrebbe dovuto curare l’allestimento della mostra. «Mi spiace che si parli di Michetti per queste beghe», sottolinea Blasioli, «ho avuto un confronto con la figlia. Le ho promesso di far rispettare l’accordo».
Ylenia Gifuni
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