Milillo: io, arrestato ma sono innocente Ecco la mia verità

22 Gennaio 2015

Rifiuti e discariche, l’ex candidato sindaco della Lega si sfoga «Ero solo un tecnico, mai curato una contabilità parallela»

MONTESILVANO. «Sono innocente e aspetterò che la giustizia lo dimostri». Appare estremamente sereno Gianluca Milillo, il tecnico ambientale arrestato lo scorso 8 gennaio nell’ambito dell’inchiesta “Terre d’oro” e rimasto ai domiciliari per una settimana. Il 43enne, nato a Sulmona ma residente a Montesilvano, è stato arrestato insieme ad altre 3 persone, Filippo Colanzi, Carmen Pinti e Massimiliano Di Cintio, con l’accusa di smaltimento illecito di rifiuti speciali, terre e rocce da scavo. L’inchiesta della forestale guidata dalla direzione distrettuale Antimafia dell’Aquila, si intreccia a doppio filo con un’indagine parallela inerente presunti reati di corruzione legati alla realizzazione del centro commerciale Megalò 3. Accuse che però Milillo – noto in città per essere stato candidato sindaco della Lega Nord nel 2012 e per aver fondato l’associazione ambientale Nuovo Saline – respinge categoricamente come spiega nel corso di un’intervista rilasciata al Centro. «Innanzitutto», dice, «ci tengo a sottolineare che non faccio più parte della Lega dal 2013 e che non appartengo a nessun movimento politico».

In che modo, secondo l’accusa, sarebbe coinvolto nell’inchiesta “Terre d’oro”?

«Mi contestano di far parte di un’organizzazione dedita al traffico illecito di rifiuti, quindi, di un sodalizio che metteva in atto strategie per poter distrarre, rispetto alle normative vigenti, i sottoprodotti in luoghi diversi da quelli previsti nelle pratiche ambientali».

Lei si è proclamato da subito estraneo ai fatti, collaborando con gli inquirenti. In che modo replica alle accuse?

«In realtà, sono stato un dipendente della Ecoter dal novembre 2011 a marzo 2013, quindi, a me contestano solo quanto accaduto in quel periodo. Tuttavia, io non ho mai avuto un ruolo dirigenziale, di responsabilità o vigilanza nell’azienda. Il mio incarico era limitato all’aspetto tecnico. L’altra cosa che mi viene contestata è di aver aggiornato una presunta contabilità occulta, ovvero che esistessero due registri paralleli. Tuttavia, l’attività amministrativa e quella tecnica lavoravano a compartimenti stagni e io facevo parte della seconda».

Una spiegazione che, a suo avviso, sembra aver convinto gli inquirenti?

«Credo di sì. Sono stato sentito il 15 gennaio dal gip Guendalina Buccella alla presenza del pm Fabio Picuti che, subito dopo, ha espresso parere favorevole alla rimozione delle misure cautelari nei miei confronti».

Sapeva che c’erano delle indagini in corso sul suo conto?

«Sapevo che c’erano state una serie di attività giudiziarie pregresse, sequestri di documenti e di siti, ma proprio per la marginalità del mio ruolo in azienda non immaginavo di poter essere coinvolto e l’arresto è stato un fulmine a ciel sereno».

Come ricorda quel giorno?

«Era molto presto quando hanno suonato alla porta, ma sono stato sereno. Gli agenti della forestale sono stati di una professionalità e di una gentilezza esemplare. Sono rimasto freddo e lucido, collaborando con gli inquirenti, perché non avevo nulla da nascondere».

Qual è stato, finora, il momento peggiore della vicenda?

«Senza dubbio il foto segnalamento. Da ex militare trovarmi dall’altro lato dello specchio è stato emotivamente sgradevole. Però, è un atto dovuto e l’ho accettato. E poi la privazione della libertà intesa come l’impossibilità di comunicare all’esterno. Dopotutto siamo animali sociali e vedermi accusato sui giornali, senza poter replicare, è stata una cosa dura da affrontare. È per questo che appena tornato in libertà ha scritto su Facebook un lungo sfogo accompagnato dalla sua foto con il cartello “libero (innocente)”? Il post è nato di getto, ma non era una proclamazione presuntuosa di innocenza, quanto piuttosto un ringraziamento per tutti quelli che erano stati in pena per me».

Come è cambiata la sua vita?

«Il giorno stesso del mio arresto ho presentato le dimissioni dalla Rcs Impianti srl che è un’altra delle aziende collegate alla famiglia Colanzi. Questo perché ho voluto ribadire la mia estraneità a determinati contesti. Attualmente, sono di fatto in attesa di una nuova occupazione».

La spaventa, in un periodo di crisi, dover ricominciare?

«La cosa che mi spaventa di più è che ho una moglie invalida e due bambini che hanno problemi sanitari, per cui sono l’unico in casa che genera reddito. Siamo comunque una famiglia molto unita e sono certo che troverò il modo di reinserirmi dignitosamente nel mondo del lavoro».

Ha mai pensato che questo episodio potesse condizionare la sua vita sociale?

«In un primo istante sì, ma quello che ha subito escluso questa ipotesi sono state le centinaia di testimonianze di solidarietà ricevute. È stato un po’ come assistere in anticipo al proprio funerale. Credo che questo testimoni che siamo quello che seminiamo, nel senso che la mia spiccata propensione verso la giustizia ambientale è stata umanamente riconosciuta. Né questo ha fiaccato il mio desiderio di continuare a lavorare nell’ambito dell’associazionismo e di battermi per la diffusione di una cultura ambientale anche nelle scuole».

C’è qualcosa che non rifarebbe alla luce di questa vicenda giudiziaria?

«Non lavorerei più nell’ambito del movimento terra perché è un settore, soprattutto in Abruzzo, rimasto a un livello arcaico, da un punto di vista imprenditoriale, rispetto alle evoluzioni delle normative e della cultura ambientale».

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