Militari in missione per aiutare il Kosovo: «Siamo con i deboli»

4 Novembre 2021

Il colonnello pescarese Bertazzo guida un’unità speciale Mesi di impegno per sventare incidenti e aiutare i bambini 

PESCARA. «In missione ho la responsabilità di essere comandante di uomini e donne». Il colonnello Andrea Bertazzo, nativo di Avezzano e una vita passata a Pescara, dirige un’unità italiana in Kosovo specializzata nella sicurezza e nei controlli e impegnata anche nella cooperazione e nel collegamento con la popolazione locale: è il Rc-W (Regional command West). «Il mio maggiore pensiero», racconta Bertazzo, «è quello di raggiungere gli obiettivi prefissati e assicurare che tutti gli uomini e donne che sono partiti con me in teatro operativo rientrino in Italia, dalle proprie famiglie, una volta terminato il nostro compito in Kosovo». Bertazzo guida i mitici “diavoli gialli”, reparto speciale che pesa ogni dettaglio perché «i risultati si ottengono solo se c’è una preparazione attenta».
Colonnello, ci racconta la sua giornata tipo durante una missione?
«L’attuale missione in Kosovo è la mia quinta missione in teatro operativo. Sono stato impiegato anche in Afghanistan e in Libano. Io sono al comando del Rc-W della missione Nato denominata Kfor. Il Rc-W rappresenta la pedina operativa multinazionale a disposizione del comandante di Kfor, generale di divisione Franco Federici, nell’area ovest del Kosovo».
Di cosa si occupa il Rc-W?
«Le unità del battaglione di manovra alle mie dipendenze si occupano della vigilanza del monastero di Visoki Decane: qui il Rc-W è il primo responsabile della protezione del sito, vigilato 24 ore su 24. È l’unico sito in tutto il Kosovo dove la Kfor ha il ruolo di primo risponditore, mentre in tutto il resto della regione, secondo quanto stabilito dalla risoluzione Onu 1.244 del 1999, è terzo risponditore. Il monastero di Visoki Decani, patrimonio dell’Unesco, è l’ultimo sito che rimane ancora sotto la diretta protezione delle forze della Nato e specificatamente sotto il comando italiano, che svolge attività di pattugliamento dinamico garantendo una pronta reazione in caso di minaccia diretta. Inoltre, provvedo a far effettuare addestramento congiunto fra tutti i contingenti che compongono la mia unità per il controllo della folla (denominata Crc), bonifica degli ordigni esplosivi (Eod), attività di pattuglia e rimozione degli ostacoli che impediscono la libertà di movimento (Fomd)».
Siete anche un riferimento per le popolazioni locali?
«Altre attività che mi preoccupo di monitorare sono i Liaison monitoring team (Lmt) che lavorano a stretto contatto con le istituzioni locali: rappresentano gli occhi e le orecchie del comandante sul terreno e sono i miei fondamentali indicatori per testare il polso della società e il regolare svolgimento della vita delle municipalità presenti nella mia area di responsabilità».
Quali sono i rischi che si incontrano durante l’attività?
«In Kosovo l’attenzione è sempre massima, in un contesto stabile ma comunque volatile. Se la situazione attuale in Kosovo è pressoché stabile, lo si deve anche grazie al costante impegno di tutte le forze armate italiane che, con grande professionalità e dedizione, hanno contribuito da sempre allo svolgimento della propria missione, garantendo un ambiente sicuro e stabile. Le organizzazioni locali kosovare stanno amministrando il territorio e attualmente non si rilevano particolari criticità. In tutte le missioni internazionali dove operano i militari italiani, anche qui in Kosovo, la professionalità e l’esperienza degli uomini e delle donne in divisa è un elemento di sicuro affidamento».
Al di là dei rischi, il vostro intervento di cooperazione è determinante per le comunità locali: c’è una testimonianza di affetto che porta nei suoi pensieri?
«Altre attività importanti sono quelle Cimic (Cooperazione civile e militare) che si sviluppano attraverso progetti tesi a favorire uno sviluppo economico dell’area di responsabilità. Tali attività si svolgono attraverso il coordinamento con le altre organizzazioni, governative e non. Il processo parte anche da richieste che provengono dalle autorità, come ad esempio la municipalità del territorio e dalle segnalazioni raccolte dai Liaison monitoring team (Lmt) che lavorano a stretto contatto con le istituzioni locali. Durante una di queste attività, in occasione di una donazione all’orfanotrofio Casa di Leskoc, il mio cuore di italiano è stato colpito: l’orfanotrofio, con il supporto della Caritas umbra, gestisce una ventina di giovani in una struttura che rappresenta un’importante realtà e che offre un servizio essenziale di accoglienza. L’orfanotrofio, organizzato sul modello di una moderna fattoria che con laboratori di avviamento al lavoro per le ragazze e i ragazzi, sia cattolici che musulmani, ormai diventati adulti, costituisce una struttura importantissima di cooperazione interreligiosa ed etnica sul territorio».
Quali sono le responsabilità di un comandante?
«Il comando è la capacità di aiutare i propri uomini ad assicurare le funzioni necessarie all’assolvimento degli obiettivi istituzionali e dei compiti che vengono assegnati. La capacità di trasmettere un compito e una vision, di perseguire e far perseguire obiettivi, passa attraversa logiche di comunicazione efficace, esempio e rettitudine. Per me la responsabilità del comando è la dimensione del servizio, la disponibilità verso i miei uomini e donne in armi di perseguire gli obiettivi che vengono di volta in volta affidati. I miei compiti, in qualità di comandante sono di ideare, risolvere i problemi, capire i bisogni, perseguire gli obiettivi e valutare i mutamenti».
E come svolge questi compiti?
«Io cerco sempre di essere un modello da trasmettere agli altri, composto di sincerità nei rapporti, coraggio nelle decisioni, giustizia nelle valutazioni ed una sana umiltà. In missione ho la responsabilità di essere comandante di uomini e donne, il mio maggiore pensiero è quello di raggiungere gli obiettivi prefissati e assicurare che tutti gli uomini e donne che sono partiti con me in teatro operativo rientrino in Italia, dalle proprie famiglie, una volta terminato il nostro compito in Kosovo».
Il motto dei “diavoli gialli” è affascinante: cosa significa per lei “Amat victoria curam”? È una filosofia di vita che si può estendere a tutti?
«Questa è una frase di Marco Aurelio, adottata in passato come motto interno, una sorta di linea guida. “Amat victoria curam”, cioè il successo ama la preparazione, sta a significare che i risultati si ottengono solo se c’è una preparazione attenta e una cura nei dettagli senza lasciare alcunché al caso. Il motto ufficiale dei diavoli gialli del 185° reggimento Folgore, a cui io sono particolarmente affezionato, è: “Come Folgore sempre ed ovunque”. Noi artiglieri paracadutisti della Brigata Folgore siamo presenti nel supportare con il nostro fuoco, sempre e ovunque, in ogni tempo e in ogni condizione meteorologica, tutte le unità della Brigata».
Come motiva i suoi uomini per restare sempre concentrati verso gli obiettivi?
«Essere comandante di uomini è una grande responsabilità dal punto di vista etico e morale. Essere comandante di uomini è un onore, essere comandante di paracadutisti è un privilegio. Per me motivare i miei uomini significa rendere condivise le mete con tutti i paracadutisti, e mettere in atto dei comportamenti in direzione degli obiettivi prefissati. La motivazione dei paracadutisti è la forza motrice che porta il gruppo a raggiungere uno scopo. Per fare tutto ciò cerco sempre di dare l’esempio, di condividere sia i rischi che i momenti felici con i miei uomini e donne, di essere giusto e imparziale con tutti in modo da assicurarsi il rispetto reciproco del gruppo e l’autorevolezza nel guidare un’unità prestigiosa come il mio reggimento».
Prima di intraprendere la carriera militare cosa faceva a Pescara?
«Io sono nato a Avezzano, ma ho sempre vissuto a Pescara dove ho frequentato tutte le scuole fino ai 19 anni quando, dopo aver conseguito la maturità al liceo scientifico Leonardo da Vinci, ho superato il concorso che mi ha consentito di entrare all’Accademia militare di Modena. Da allora ho girato tante città, sia in Italia che all’estero, ma resto legato alla mia regione e alla mia città, che visito ogni volta che posso. Sono rimasto addolorato a causa degli incendi che l’hanno colpita in estate: spero che la pineta possa tornare al più presto come prima».
Cosa direbbe a un giovane indeciso se intraprendere o meno la vita militare?
«Decidere di intraprendere la carriera militare per un giovane, va ben oltre la scelta o il desiderio di avere una concreta opportunità di impiego, in quanto non è da considerarsi una semplice occupazione, ma una vera e propria scelta di vita che modifica radicalmente le proprie abitudini, ed il proprio animo e che richiede contestualmente dedizione totale, qualità più profonde rispetto a quelle necessarie per espletare i lavori più comuni. A un giovane direi che la vita militare è sempre attiva, lontana dalla monotonia caratterizzata da molteplici attività, consente di vivere all’interno di un gruppo coeso dove ognuno ha un suo compito».
Cosa significa per lei essere un soldato?
«Mettersi sempre in gioco, conoscere i propri limiti per migliorare se stessi, aiutare chi ti è al fianco, condividere dei valori con altre persone e difendere il nostro amato paese. Scegliere di arruolarsi nelle forze armate, non significa essere parte integrante di una grande realtà ma acquisire uno stile di vita che rende orgogliosi di se stessi, pronti a qualsiasi sfida che la vita ci propone».