«Mio figlio salvo per miracolo» Parla il papà del 16enne pestato

Il ragazzino preso a pugni in faccia sabato sera. Il genitore: servono più controlli o si rischia la tragedia E racconta: in ospedale c’erano altri 3 ragazzi picchiati nella stessa notte da sconosciuti, senza motivo
PESCARA. «Quattro pestaggi nella stessa sera ai danni di altrettanti ragazzi: se non facciamo qualcosa, di questo passo rischiamo la carneficina». A parlare è il padre del ragazzino di 16 anni (e non venti come inizialmente emerso) pestato sabato sera da quattro giovani mentre era in attesa di entrare al Jambo, sulla riviera.
Il genitore accetta di raccontare quanto avvenuto, a patto dell’anonimato: «Mio figlio ha ematomi su tutto il volto, ha riportato un trauma cranico e l’infrazione del naso, per cui ha dovuto mettere l’archetto, e ora stiamo aspettando di fare la risonanza. Devo tutelare lui adesso. Ma di certo posso dire che sabato notte, al pronto soccorso, oltre a mio figlio c’erano altri tre ragazzi picchiati senza motivo da sconosciuti: uno nel parcheggio del Megà, un altro in corso Manthoné dove ha ricevuto un violentissimo calcio al collo, da dietro, mentre camminava con un amico, cadendo di faccia su una fioriera, e un altro lungo la Riviera. Questa è la realtà, questa è la sicurezza che abbiamo».
Un quadro da brividi da cui emerge un fenomeno del tutto simile a quello che caratterizzò la movida pescarese di qualche anno fa, quella del “knockout game” che consiste nello sferrare improvvisamente, e senza motivo, un potente colpo in faccia all’ignara vittima, dopo averne richiamato l’attenzione con una scusa. L’obiettivo è atterrarla e riprendere la scena da mettere in rete, dopo essersi dileguati. Un “gioco” per il quale nel 2017 la Mobile di Pescara riuscì ad arrestare due ventenni, ma che ciclicamente torna miseramente in voga. A luglio scorso due ragazzi, in episodi diversi, nella stessa notte finirono in ospedale con la mandibola fracassata da un pugno. E solo quattro mesi fa, a gennaio, tre quattordicenni sono stati pestati all’uscita di un compleanno, davanti al Mc Donald’s dei Colli, per essersi rifiutati di dare il pallone a un gruppetto lì fuori. In due sono finiti all’ospedale solo per aver negato quella palla: “stiamo andando via”.
È questo il quadro di violenza in cui si inserisce l’ultimo sabato di follia: non dentro un locale, non dentro una casa o chissà dove, ma in strada, in mezzo alla gente, davanti ai locali dove si affollano gruppi di ragazzini. E dove gli aggressori sono liberi di agire e di dileguarsi come se nulla fosse. «Si sentono talmente impuniti», riprende il papà del ragazzo picchiato sabato sera, «che uno di loro, quello che ha sferrato l’ultimo pugno a mio figlio dopo aver preso una rincorsa di 3-4 metri, vedendolo cadere ha perfino esultato, sventolando la maglietta in aria in segno di vittoria».
È una storia che dà i brividi, perché, sottolinea ancora il genitore, «bastava un pugno preso male e mio figlio era morto. Ma se non si ferma questa cosa», ammonisce, «succederà ancora, e sempre con gli stessi gravissimi rischi». Basta ascoltare il racconto dell’aggressione per capire che non si parla di risse, ma di qualcosa di molto più perverso e incontrollato. «Sabato sera mio figlio era in fila al Jambo, in attesa di entrare nel locale della riviera. I suoi amici erano già dentro e lui, a distanza, gli ha chiesto quanto ci mancava per entrare. A quel punto, uno vicino gli ha detto di abbassare la voce. Mio figlio gli ha risposto “guarda che sto parlando con un mio amico”. E da lì il finimondo. In due lo hanno bloccato da dietro, per le braccia, mentre altri due lo colpivano con i pugni in volto e senza che nessuno intervenisse. L’unica cosa positiva è che dopo l’ultimo pugno, quando mio figlio è crollato, grazie a tutta quella gente non è caduto a terra e non ha sbattuto la testa, sennò chissà come finiva».
Ma la tragedia scampata non basta ad alleggerire il senso di impotenza e di rabbia del genitore: «Davanti a quel locale molti erano minorenni, tutti hanno visto, ma difficilmente qualcuno parlerà, c’è paura. Quello che però chiedo, è che le forze dell’ordine facciano sentire di più la loro presenza. Non solo per i controlli sulla strada, per l’etilometro e quant’altro, ma proprio per evitare la violenza che imperversa. Cosa costa mettere qualcuno in più sul territorio? Altrimenti parliamo sempre dopo, tanto se non succede niente di davvero grave tutto passa, e la volta dopo tutto si ripete impunemente. Servono interventi preventivi», va avanti il genitore, «tanto sono sempre gli stessi e spesso sono giovani che fanno “Mma”, gli sport da combattimento. Alla fine, rispetto alle forze che Pescara ha tra i vari comandi provinciali, è un territorio piccolo da controllare. E allora mi chiedo perché non si mandano le pattuglie, perché si aspetta la tragedia? E perché si lascia che locali che possono ospitare cento persone ne accettino il doppio, il triplo? Anche questo è un altro tema: non basta dire che è successo fuori, perché vigilanza e incolumità vanno garantite anche a chi è fuori dai locali, in attesa di entrare».

