«Mio fratello ha perso tutto il processo è l’ennesima batosta»

Antonella Aristone: Angelo è paraplegico, non ha più la figlia e la compagna. La vita è distrutta
PESCARA. «Mio fratello si è salvato ma ha perso tutto: la sua unica figlia, la compagna di una vita e tutto quello che aveva. Da quell’incidente sta su una sedia a rotelle. Tutto finito. Ha dovuto chiudere anche la casa dove abitava con la sua famiglia. Ha perso tutto, che cosa gli deve capitare di più?». Antonella Aristone è la sorella di Angelo Aristone, il papà di Vittoria, la bambina di dieci anni morta il 31 maggio del 2014 insieme con la mamma Emanuela Morosini nell’incidente d’auto sull’autostrada A14. Quel pomeriggio era proprio Angelo Aristone alla guida della Golf quando la macchina ha sfondato il guardrail lungo l’A14. E per questo, è notizia di due giorni fa, il gup Luca De Ninis l’ha rinviato a giudizio con l’accusa di omicidio colposo. Secondo l’accusa, che dall’inchiesta ha tirato fuori il direttore del settimo Tronco Autostrade d’Italia inizialmente indagato, Angelo Aristone correva oltre il dovuto quando all’altezza del viadotto Riccio I, lungo l’autostrada tra Francavilla e Ortona, ha urtato per due volte lo spartitraffico, è andato con l’auto in testacoda e ha sfondato il guardrail precipitando per 60 metri lungo la scarpata. Ma per la difesa che ha ricostruito gli orari di entrata dell’autostrada grazie al telepass della macchina di Aristone, non è andata affatto così. Come ripete anche la sorella Antonella: «Quella domenica pomeriggio pioveva a dirotto, Angelo, Emanuela e Vittoria stavano andando a una festa a Ortona. Per quale motivo mio fratello avrebbe dovuto correre? Il problema è stato il guardrail che non era a norma. Mio fratello è una persona tranquilla ed era molto prudente soprattutto quando aveva la figlia e la compagna in macchina. Avrebbe dato la vita per la bambina».
È uno sfogo che esce dal cuore quello di Antonella Aristone che se accetta di parlare pubblicamente, dopo più di tre anni di dolore e sofferenze, è solo perché mai avrebbe immaginato di dover vedere decine e decine di “like” sotto la notizia, pubblicata online, del fratello rinviato a giudizio.
«Solo chi ci è passato può capirlo, come si fa a mettere “mi piace” sotto alla notizia di chi si è praticamente ammazzato con la famiglia? Che cosa può piacere di questa storia, che cosa? C’è un accanimento mediatico insopportabile, le persone parlano, giudicano, dicono tante cose, ma c’è un processo ancora da fare. Danno la colpa alla velocità di mio fratello, ma è ancora da appurare, mentre di certo, purtroppo, c’è che mio fratello non ha più una figlia, non ha più la compagna e sta su una sedia a rotelle. Dopo un anno e mezza di degenza negli ospedali è rimasto invalido al 100 per cento, è paraplegico. È tornato a casa con me e mia madre. È successo che aveva 39 anni, adesso ne ha 42. Ha voluto conservare il posto di lavoro ed è stato un bene, l’unico modo per non impazzire».
Di quel giorno, di quel pomeriggio di tre anni e mezzo fa, Angelo non ricorda quasi niente e raramente parla della piccola Vittoria. Troppo forte e insopportabile è il dolore. «Non se ne parla, è un tabù. Basta nominare la bambina e solo il nome ci distrugge. Siamo massacrati».
Ed eccola Vittoria, costretta a interrompere il suo viaggio nella vita, dopo otto giorni dalla festa per la sua Prima comunione. Stava finendo la quinta elementare nella scuola di via Milano. «Grazie a lei, la mia unica nipote», riprende Antonella, «ho conosciuto che cos’è il pianto di gioia. È’ stato quando è nata. La devo solo ringraziare Vittoria, perché mi ha fatto conoscere l’amore incondizionato e indissolubile che ci può essere tra una zia e una nipote. Quando veniva da me era il massimo. Una bambina solare, spiritosa, che amava la vita, molto perspicace, di gran gusto, affettuosa, di una sensibilità unica. Una bambina amatissima, che sapeva di esserlo», va avanti Antonella. «Ma la vita è bastarda», aggiunge con un filo di voce, «ti colpisce al cuore. E nonostante tutto questo non basta la disgrazia. Dobbiamo fare i conti anche con la cattiveria delle persone, sempre a caccia di un capro espiatorio, capaci di andare addosso anche a chi ha già perso tutto. Emanuela e Angelo stavano insieme da quando erano ragazzini, a 12 anni. Una vita insieme, poi mia cognata rimase incinta, è arrivata Vittoria. La gioia di tutti. Non si sono mai sposati ma si volevano molto bene. Come si può giudicare una persona a cui è successo tutto questo, e prima ancora che si faccia un processo, che pure è stato una batosta per lui? Comunque andrà», conclude addolorata Antonella, «lui ha già perso. Abbiamo perso tutti».
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