Monia e i tamponi casa per casa «Gli anziani pregano per noi»

19 Aprile 2020

CHIETI. Camice, tuta, mascherina, visiera, occhiali e doppi guanti. Dell’infermiera del 118 di Chieti, Monia Marrone, in assetto da lavoro, restano solo i grandi occhi scuri, pronti a rassicurare...

CHIETI. Camice, tuta, mascherina, visiera, occhiali e doppi guanti. Dell’infermiera del 118 di Chieti, Monia Marrone, in assetto da lavoro, restano solo i grandi occhi scuri, pronti a rassicurare mentre fa i tamponi per il coronavirus. Dallo scoppio dell’emergenza, gira in lungo e in largo la provincia chietina per gli esami a domicilio. «Faticoso ma gratificante», dice l’infermiera che fa volontariato con il marito, Alessandro Marrama, ex presidente della Croce rossa provinciale. Ora lui sta a casa con i due figli di 9 e 12 anni, e lei va al lavoro, rinunciando ai riposi che le sarebbero spettati.
«Mio marito è costretto a restare con i ragazzi: immaginate quanto sia difficile trovare una baby sitter per i figli di un’infermiera del 118», dice sorridendo. Quando rientra a casa i figli hanno imparato che non possono abbracciarla prima che la mamma non abbia fatto la doccia. «Le attenzioni sono massime, sia in casa e sia al lavoro. Dormo da sola, come tutti i miei colleghi. Nonostante le tante regole anti-contagio, non sei mai sicuro: basta che ti togli male i guanti e non si torna indietro. Le giornate sono massacranti e magari quando sei più stanco puoi dimenticarti di un piccolo gesto che non avresti dovuto fare». Come i colleghi, Monia è costretta a farsi i tamponi ogni 10 giorni. I risultati all’inizio tardavano ad arrivare, ma da quando l’esame viene fatto anche dall’Università d’Annunzio, non è più così.
Monia lavora da 20 anni per il 118 di Chieti. Ha vissuto i giorni del terremoto e delle grandi emergenze. «Andiamo a fare i tamponi in tutta la provincia, casa per casa dove serve», racconta, «quando arrivo non entro, ma chiedo al paziente di portare una sedia appena fuori dal portone e lì facciamo il tampone. Mi ha impressionato quando sono andata da un’infermiera frentana che aveva contratto il coronavirus ed era chiusa nella sua stanza da letto da giorni senza vedere la famiglia. Mentre facevo il tampone al marito, ho visto la bimba di 2 anni che bussava ininterrottamente alla porta della stanza da letto chiamando la mamma, per sentire la sua presenza. Tutti vedono la nostra fatica e, soprattutto i più anziani, dicono di pregare per noi».
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