Monia, ricorso in Cassazione Il fratello di Jennifer: ingiustizia

La procura generale tenterà di far annullare la sentenza di secondo grado che ha ridotto la pena al killer della psicologa da 30 a 17 anni. I familiari della ragazza uccisa dall’ex: «È un passo indietro»
PESCARA. «Un passo indietro»: chi ha vissuto in famiglia una tragedia simile giudica così la sentenza che in appello ha portato da 30 a 17 anni la pena dell’assassino di Monia Di Domenico. A parlare di «passo indietro» è Jonathan Sterlecchini, il fratello di Jennifer che nel dicembre del 2016 fu uccisa dall’ormai ex fidanzato e convivente. In questo caso l’appello del marzo scorso ha confermato i 30 anni del primo grado di giudizio. Non è stato così per l’omicidio di Monia.
Due giorni fa, dopo la decisione della Corte d’Assise d’appello, la madre di Monia, Doretta, ha detto che «è stato peggio del giorno in cui è stata uccisa mia figlia, perché oggi, per la seconda volta, me l ’ha uccisa la giustizia». Vicende dolorose e tragiche, ferite profonde che né il tempo né le parole possono guarire. E allo stesso tempo drammi enormi che hanno avvicinato chi, in momenti diversi, li ha provati.
«Capisco bene quanto possano essere difficili questi giorni per la famiglia di Monia, perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle», confida Jonathan, «è vero che certe cose si possono capire, ma quelli che ci capitano e che le vivono in prima persona le sentono sempre più forte. Ci siamo conosciuti dopo quello che è successo a Monia, che è avvenuto poco dopo il fatto mia sorella, prima con un’amica e poi anche con i genitori di Monia: la vicenda ci ha legato, abbiamo stretto amicizia», spiega il fratello di Jennifer, che di fronte alla sentenza d’appello di due giorni fa pensa la stessa cosa: «È così: è come uccidere una persona non due, ma tre o quattro volte. Pensavamo che dopo la sentenza del caso di mia sorella qualcosa fosse cambiato, o almeno questo era ciò che sembrava», continua Jonathan, «invece adesso si fa un passo indietro. Ecco, è questo quello che è successo: la giustizia ha fatto un passo indietro, e ne siamo molto amareggiati, perché ci siamo passati e sappiamo cosa si sente. Ancora non ci siamo parlati con la famiglia di Monia, ma lo faremo a breve, perché forse è meglio far passare un po’ di tempo», continua Jonathan, «capisco bene quanto possano essere difficili per loro questi giorni, perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle. Di queste ingiustizie non se ne può più: io e mia madre ci sentiamo vicinissimi ai parenti, agli amici e a coloro quelli che conoscevano Monia». Poco più di un mese fa, il Senato ha approvata la legge che abolisce il rito abbreviato per i reati punibili con l’ergastolo, in primis l’uccisione volontaria di una persona. Subito dopo il delitto di Jennifer, i famigliari avevano avviato una campagna di sensibilizzazione contro femminicidi e violenze, e in particolare avevano lanciato una petizione per chiedere proprio l’abolizione del rito abbreviato che permette lo sconto di un terzo della pena in casi del genere.
«Stimiamo di aver raccolto 50mila firme», rivela Jonathan, «abbiamo portato avanti questa petizione in tutta Italia, e proprio per il riscontro avuto non abbiamo ancora finito di recuperarle tutte: a casa ne avremmo forse quarantamila, mentre tante devono ancora rientrare. Attraverso questa iniziativa», sottolinea il ragazzo, «abbiamo conosciuto tante gente che ha provato lo stesso dolore e ci hanno avvicinato famiglie vittime di casi simili da tutta Italia».

