Morte all’ospedale, tre medici a giudizio

13 Settembre 2017

Il primario di Medicina Traisci e due colleghi accusati di omicidio colposo per il decesso di una donna di 57 anni

PESCARA. Tre medici dovranno rispondere della morte di Elvira Ferri, 57 anni, di Montesilvano, avvenuta all'ospedale civile tre anni fa. Si tratta del primario di Medicina, Giancarlo Traisci, e dei medici del reparto, Antonio La Torre e Giancarlo Di Battista, che ieri pomeriggio sono stati rinviati a giudizio dal giudice per le udienze preliminari, Elio Bongrazio, con l'accusa di omicidio colposo.
L’accusa. Il processo a carico dei tre medici prenderà il via il prossimo 19 aprile davanti al giudice monocratico Francesco Marino. Secondo il pm Gennaro Varone, sostituito ieri in aula dalla collega Anna Benigni, i tre medici avrebbero «omesso colpevolmente, per negligenza e imperizia inescusabile, in cooperazione colposa tra loro, di disporre l'approccio diagnostico terapeutico salvavita, adeguato all’evidente, grave e allarmante ipopotassiemia (risultante con evidenza dai tre esami emogasanalitico ed ematochimici) che affliggeva la donna ricoverata e affidata alle loro cure». La 57enne era stata ricoverata l’11 febbraio 2014 d’urgenza per crisi respiratorie recidivanti ed era deceduta il 13 febbraio nel suo letto del reparto di Medicina 2, dopo essere stata colta da aritmia ventricolare grave «in conseguenza», sempre secondo Varone, «della non adeguatamente curata ipopotassiemia».
I social. La morte di Elvira Ferri aveva avuto una certa risonanza anche sui social, dopo che il nipote della donna, l’invasore dei campi di calcio Mario Ferri, aveva pubblicato un post sulla propria pagina Facebook per raccontare la vicenda. In particolare, La Torre è finito nei guai perché avrebbe «omesso l'adozione di immediata terapia idonea a contrastare la grave ipopotassiemia, evidente dall'esame delle analisi chimiche»; Di Battista invece avrebbe «prescritto una sommistrazione di potassio inidonea alla cura: tanto per il dosaggio inadeguato alla gravità della situazione, quanto per la via di somministrazione imperitamente prescelta, quella orale». Avrebbe, inoltre, omesso «di disporre con la dovuta sollecitudine i controlli del caso» e non avrebbe segnalato «il caso per l'urgenza che rappresentava».
Il primario. Traisci, invece, sempre secondo la procura, non avrebbe esaminato le risultanze degli esami ematochimici, avrebbe omesso di «trarre le conclusioni terapeutiche che si imponevano» e di «prendere cognizione delle condizioni di Elvira Ferri, ovvero non traeva dal complessivo quadro clinico le dovute conclusioni terapeutiche e di cautela (prescrivendo, come avrebbero dovuto, opportuna integrazione del potassio ed efficace monitoraggio di una situazione che doveva ritenersi assolutamente preoccupante per il rilevante rischio di vita che essa presentava)».
Nessun medico. Dagli accertamenti dei carabinieri forestali, che si sono occupati delle indagini, è anche emerso che nessun medico il pomeriggio del 12 febbraio era in servizio nel reparto di Medicina e che nessun medico avrebbe controllato le analisi delle 13,57, giunte in reparto alla fine del turno di servizio. Quel pomeriggio, secondo l'accusa, venivano assicurate solo le urgenze da un medico interdivisionale che doveva vigilare contemporaneamente 4 reparti. Per Varone, il primario sarebbe colpevole di non aver organizzato il reparto «in modo da garantire la presenza, nel pomeriggio del 12 febbraio, di un medico in grado di ricevere consegna dai medici della mattina ed esaminare il referto ematochimico delle 13.57, in modo da trarne le dovute conclusioni. Circostanza che avrebbe salvato la vita di Elvira Ferri».
La difesa. Secondo la difesa, invece, i medici dovevano essere prosciolti. L'avvocato Gabriele Colicchia, difensore di Traisci, ha fatto riferimento al malfunzionamento degli impianti di ossigenazione messo in evidenza dai periti Vittorio Fineschi e Mario Giosuè Balzanelli. «La paziente», ha detto Colicchia, «aveva problemi di respirazione ed è risultato che quando è deceduta l’impianto per l’erogazione dell’ossigeno non era funzionante. Come accertato dal consulente del pm e dai periti, in sede di incidente probatorio, il difetto nella somministrazione dell’ossigeno può avere costituito causa esclusiva dell’exitus mortale».