Morì dopo la lite in strada: ecco perché fu condannato il 23enne
di Maurizio CirilloPESCARA«L’azione violenta posta in essere dall’imputato, con aggressioni verbali e fisiche, determinava in capo al Paolucci uno stato di forte agitazione emotiva che cagionava un...
di Maurizio Cirillo
PESCARA
«L’azione violenta posta in essere dall’imputato, con aggressioni verbali e fisiche, determinava in capo al Paolucci uno stato di forte agitazione emotiva che cagionava un improvviso scompenso acuto del miocardio, cui conseguiva la fibrillazione ventricolare ed il decesso, per l’aumento della pressione sanguigna in soggetto già gravato da restringimenti dei vasi coronarici. Pertanto, la condotta violenta ed aggressiva del prevenuto costituiva una concausa necessaria, unitamente alla patologia che affliggeva la persona offesa, del decesso di Tiziano Paolucci».
È un passaggio delle motivazioni con le quali il gup Nicola Colantonio condannò il giovane automobilista Mattia Nerone, 23 anni, che l’11 luglio 2019 ebbe una violenta discussione con la vittima per un parcheggio. Omicidio preterintenzionale, l’accusa che determinò la condanna dell’imputato a tre anni e due mesi con tutte le attenuanti possibili e con la riduzione di un terzo della pena per il rito abbreviato scelto dal suo difensore, l’avvocato Luca Berardinelli. Quest’ultimo aveva sollevato delle perplessità legate soprattutto al nesso di causalità attorno al quale ruotava il processo. La vittima, Tiziano Paolucci, era affetta da una miocardiopatia ischemica cronica della quale però non aveva mai avuto contezza. Ma il giudice, che prima di emettere la condanna volle risentire ancora una volta la dottoressa Sara Sablone che eseguì l’autopsia su Paolucci, supera questo aspetto sostenendo in sentenza che «può ragionevolmente affermarsi che senza l’incidenza, nella progressione eziologica dei fattori causali, dello stato di alterazione in cui si era venuto a trovare il Paolucci, in conseguenza della violenta lite avuta con l’imputato, non si sarebbe verificato alcun aumento improvviso dell’afflusso di sangue, con conseguente scompenso del miocardio e fibrillazione ventricolare che determinarono il decesso della persona offesa».
La concessione delle attenuanti è da collegare, invece, alla «giovane età del soggetto, al fatto di essere incensurato e considerato che concausa dell’evento era uno stato patologico della vittima». Questi i fatti che portarono a quella tragica lite. Nerone si infila in un parcheggio su viale della Pineta. Paolucci, in auto, si infastidisce: forse perché, con la moglie seduta a fianco, aspettava di entrare in quel parcheggio, o forse perché Nerone non segnalò quella manovra. E inizia a suonare il clacson, a fare «gestacci» (come riferì l'imputato): volano improperi da ambo le parti, i due scendono dalle auto e iniziano a picchiarsi. Per separarli, intervengono dei passanti e la stessa figlia di Paolucci che era nelle vicinanze. Una volta divisi, Nerone risale sull’auto e se ne va, mentre Paolucci fa circa 100 metri con la macchina, per arrivare davanti al ristorante della figlia dove avrebbe dovuto riprendere le due nipotine, scende e si accascia senza vita. «Non si può morire a 56 anni», il commento dell’avvocatessa di parte civile, Sabrina Sbaraglia, dopo la lettura della sentenza a dicembre scorso. «Un uomo, un marito, un padre che è venuto a mancare per una banale lite, per questo siamo soddisfatti della sentenza e possiamo dire che giustizia è fatta». Il giudice ha condannato Nerone al risarcimento dei danni in separata sede e a una provvisionale di 20 mila euro per ciascuna delle quattro parti civili.

