Muore in ospedale dopo 15 ore: la famiglia chiede mezzo milione

14 Ottobre 2022

I parenti del 75enne deceduto nel 2019 citano la Asl davanti al giudice per ottenere un risarcimento I legali: «Il paziente si è aggravato, fino a morire, senza che gli venisse somministrata alcuna terapia»

PENNE. Per la morte di un paziente di 75 anni di Penne, G.D.V., avvenuta il 28 dicembre 2019 all'ospedale di Pescara, la Asl rischia di pagare più di mezzo milione di euro.
È la cifra per cui l'Azienda è stata citata davanti al giudice civile, dagli avvocati Claudio e Matteo Di Tonno che assistono la famiglia della vittima, e che sollevano più di un dubbio sia sull'operato dei medici dell’ospedale di Penne, dove avvenne il primo ricovero, sia nei confronti di quelli di Pescara. Il paziente arrivava al pronto soccorso di Penne intorno alle 14 del 27 dicembre 2019, e alle 22 era in stato di coma «senza che alcuna terapia», scrivono i legali, «venisse somministrata e senza che nulla fosse concretamente fatto per evitare l'aggravamento del malato e dunque la sua morte». La vittima presentava cefalea e abbassamento della vista e la tac, cui venne sottoposto un’ora dopo il suo arrivo, evidenziava un’area emorragica “intra parenchimale”. Dopo essere rimasto circa tre ore al pronto soccorso, e dopo la visita di un neurochirurgo che consigliava un monitoraggio e una nuova tac dopo 6/8 ore non evidenziando urgenza, il paziente passava a medicina generale. Intorno alle 22 la nuova tac rilevava un «marcato aumento dell'edema», veniva richiesta una consulenza rianimatoria che evidenziava «condizioni cliniche gravi con quadro di coma alla luce del peggioramento ingravescente delle condizioni neurologiche» e si disponeva l'intubazione. Verso la mezzanotte si decideva per un intervento e si disponeva il trasferimento a Pescara, dove il paziente arrivava intorno alle 2,30 del mattino, a distanza di 5 ore dalla tac. L’intervento iniziava alle 3,40 e terminava alle 5: un’ora dopo il decesso.
Nella citazione i legali sottolineano come «l’opzione terapeutica attendista dei sanitari di Penne è connotata da evidente negligenza ed imprudenza oltre che imperizia», e che tale condotta «si pone quale causa efficiente a determinare il decesso del paziente e comunque ad incidere in maniera preponderante sulle chance di guarigione e/o sopravvivenza dello stesso».
I legali affrontano anche il problema dell’ospedale di Penne «che assolve alla funzione di evitare scenari di overcrowding (affollamento, congestione) del pronto soccorso di Pescara» e che «non risultava dotato dei necessari requisiti tecnici-organizzativi per la somministrazione di cure adeguate» a quel caso. Quindi la questione dell’«accanimento terapeutico» che ci sarebbe stato a Pescara con la decisione di intervenire chirurgicamente su un paziente che presentava una «classificazione da ultimo stadio che prefigurava l’imminenza della morte».
E anche nella consulenza tecnica disposta dal giudice si evidenzia: «dal momento della tac di controllo alle ore 22 del 27 dicembre», scrivono i periti, «alle ore 3,40 del 28, momento di inizio dell'intervento, sono trascorse 5 ore di cui gran parte da mettere in conto al trasferimento da Penne a Pescara, e se alle 22,30 la clinica mostrava solo una lieve disartria ed emiparesi sinistra, alle ore 23,30 si rilevava l’insorgenza di un grave stato di coma che ha compromesso gravemente ogni possibilità di successo di qualsiasi successivo provvedimento terapeutico».