Nacque in Abruzzo la tutela della specie

Camillo Valentini scrisse nel 1970 la relazione al ministero. Nel ’31 aveva redatto il Codice della caccia
LORETO APRUTINO. Se si ascolta oggi un ululato sulle montagne abruzzesi, si avverte quel “richiamo sociale” di un «lupo che chiede all'uomo pietà di sopravvivere». Con questa ultima frase Camillo Valentini, avvocato e giornalista nato a Loreto Aprutino nel 1900, chiudeva la relazione sulla “Protezione del lupo” presentata al consiglio superiore dell'Agricoltura e Foreste presso il ministero nel 1970. Parole che suonano attualissime mentre va al voto il “Piano Lupo”, autorizzato dalla Conferenza Stato-Regioni, che il ministro dell'Ambiente Galletti sta vagliando in queste ore con i rappresentanti regionali.
Una serie di misure per contrastare i danni che la specie, tornata a popolare in certe zone montane, causerebbe alle aziende agricole e zootecniche in alcune regioni. «E così dopo 46 anni di tutela del lupo torniamo indietro di secoli, quando era visto come un feroce predatore» tuona il famoso vignaiolo Francesco Paolo Valentini, una delle voci autorevoli che si è opposta in Italia al Piano Lupo, nipote di Camillo. «Se il lupo, seguendo il suo istinto di sopravvivenza, uccide qualche pecora o gallina, penso che la Regione Abruzzo, come tutte le altre in Italia, possa permettersi di risarcire gli allevatori anziché optare per soluzioni brutali e anacronistiche come l'abbattimento controllato». Valentini supporta con documenti la sua posizione, la stessa che condividono a gran voce gli ambientalisti scesi in piazza, richiamando anche il Testo Unico della Caccia: «È stato mio nonno a redigerlo nel 1931, una proposta poi diventata legge e ancora oggi in essere con le successive modifiche». Camillo Valentini si è sempre interessato dell'aspetto normativo e della regolamentazione della caccia in Italia, compresa la tutela di alcune specie come il lupo, siglando non solo il Codice della Caccia ma tornando sull'importanza della tutela del “canis lupus lupus” anche nella citata relazione del '70. «Dissodate le macchie, arati i tratturi, abbandonati per grandissima parte gli stazzi ed i pascoli degli altipiani appenninici, sempre ed ovunque perseguitato con ogni mezzo ed insidia, da oltre un ventennio per questo animale l'esistenza è divenuta insostenibile», scriveva allora Valentini: «Il danno che proteggendo il lupo potrebbe essere arrecato agli armenti ed al patrimonio zootecnico agricolo in genere, data la scarsezza dei pochi superstiti predatori, sarebbe minimo». Una situazione che non sarebbe così lontana dalla odierna, perché i casi di ripopolamento, specie in Abruzzo, non rappresentano un pericolo né un'emergenza. «Il lupo del nostro Appennino è una specie autoctona antichissima che da millenni vive in Italia. Come ad ogni specie zoologica tuttora esistente, non gli venga meno la protezione naturistica che ogni uomo civile conferisce a tutto ciò che fa parte del creato», si legge ancora nella lungimirante relazione di Valentini - gran cacciatore tra l'altro - che il nipote Francesco sottoscrive e rilancia in questo delicato frangente. «Con il voto di oggi favorevole all'abbattimento è invece l'uomo a trasformarsi in feroce predatore» conclude Francesco Valentini. Non sono graditi gli “in bocca al lupo”.

