Nel fortino del Ferro di cavallo: il silenzio il giorno dopo il blitz

Fra tre giorni parte l’abbattimento delle palazzine sgomberate, ma negli alloggi qualcuno c’è ancora Degrado e siringhe abbandonate: «Qui la vita non è bella, ma non abbiamo un posto dove andare»
PESCARA. Era la piazza di spaccio più importante d’Abruzzo: i tossicodipendenti arrivavano da ogni città della regione e anche da fuori per acquistare la droga al Ferro di cavallo, in via Tavo. Perché il Ferro di cavallo offriva gli stessi servizi delle Vele di Scampia: si poteva comprare la droga a buon prezzo e, negli anfratti lontani soltanto poche centinaia di metri, si poteva anche consumare senza essere disturbati. «Una zona quasi del tutto sottratta al controllo di legalità delle forze dell’ordine», grida l’ordinanza dei venti arresti per associazione mafiosa.
Adesso il Ferro di cavallo è un ammasso di cemento da abbattere: secondo il programma del Comune, ci vorranno 4 mesi per demolire i 120 appartamenti sgomberati nei mesi scorsi. Da lunedì, l’impresa Gentile Ambiente spa di Casoria, in provincia di Napoli, prenderà possesso dell’area. Nel cortile recintato dalle tre palazzine gialle, gli operai troveranno un manipolo di fantasmi: sono gli ultimi abitanti delle intercapedini del Ferro di cavallo. Vagano alla disperata ricerca di droga: l’obiettivo della giornata è trovare il modo di racimolare qualche soldo per comprare la droga. «Da qui ce ne dobbiamo andare», racconta un ragazzo di colore che vuole vendere della droga, «perché faccio questa vita? Non mi piace e mi vergogno ma non so dove andare: lo faccio per campare, per mangiare, per avere due soldi».
Con gli ingressi al piano terra murati, gli unici locali disponibili sono dei ripostigli da un metro tra siringhe, rifiuti e il sogno infranto di un gratta e vinci perdente. “Lasciate ogni speranza o voi k’entrate. Evviva la droga”, così c’è scritto sul muro: è il benvenuto al Ferro di cavallo. «Verso mezzogiorno, quelli che adesso stanno qui vanno a mangiare alla mensa dei poveri», dice ancora il giovane, «poi tornano e si allungano per terra. Qui, non è una vita bella: anch’io la faccio ma dentro di me mi fa male, non l’avevo mai fatto prima: io non sono così».
I disperati del Ferro di cavallo si dividono un pezzo di pane, birra e vino, sigarette. C’è anche una donna con il volto scavato: esce da un locale di sgombero, si aggiusta la gonna con le mani, si guarda intorno e beve da una bottiglia di plastica bianca che ha preso dalla borsetta, poi sputa e imbocca via Tavo. Fra tre giorni, qui, inizierà il transito dei camion per un’operazione che il sindaco Carlo Masci definisce «storica»: abbattere il fortino dello spaccio. «La demolizione degli attuali 120 alloggi e la ricostruzione di 56 nuove unità modulari distribuite in due corpi edilizi e articolati su cinque livelli oltre il piano terra, potenzialmente utilizzabile per attività commerciali e/o direzionali, risponde», dice la delibera del consiglio comunale che ha approvato l’operazione, «alla necessità di dare un segno forte e tangibile di rinnovo architettonico e sociale di una parte di città che presenta molti aspetti problematici». Al posto delle palazzine ci saranno «due corpi fabbrica, disposti ortogonalmente a via Tavo; tale impianto aperto si contrappone all’esistente cortina muraria che chiude la socialità dei residenti impedendone il dialogo con il quartiere e favorisce il degrado sociale».
Tante finestre delle case popolari sono aperte, con le tapparelle alzate: all’interno si vedono ancora lampadari, tavoli e mobili. Qualcuno usa una scala per raggiungere i piani superiori: è una vita in mezzo al degrado. Gli operai di Ambiente hanno ripulito il piazzale invaso dall’immondizia ma scommettono che in un pugno di giorni sarà ancora peggio. Passa un’ambulanza della Croce rossa: «Passa spesso», dice il ragazzo.
Accanto al Ferro di cavallo, i ruderi dei palazzi ex Clerico che sovrastano via Tavo: i muri rotti e i buchi delle finestre sembrano tanti ghigni gettati su Rancitelli. A un passo, il parco dell’Infanzia: un’area verde che, dalla festa dell’inaugurazione, è stata distrutta tra scorribande dei vandali e incendi. Come per dire che c’è una parte di Rancitelli che non vuole cambiare.

