Neri, chiesta l’archiviazione La mamma: ho perdonato, ma aspetto ancora giustizia

3 Marzo 2023

A cinque anni dall’omicidio del 28enne, la Procura decide di chiudere il caso Laura Lamaletto: «Bisogna continuare a rivolgersi alle coscienze di chi sa»

PESCARA. Cinque anni di indagini serrate e alla fine il cerchio che non si chiude: per l’omicidio di Alessandro Neri, ucciso a 28 anni con due colpi di pistola il 5 marzo del 2018, la Procura ha chiesto l’archiviazione. Non una resa, ma quasi un modo per mettere in pausa le indagini, in attesa che qualcosa o qualcuno, nell’ambiente setacciato fino all’inverosimile dal pm Luca Sciarretta esca allo scoperto. Perché la beffa è che, anche dopo l’ultimo anno di indagini condotte dai carabinieri del Ros in gran segreto, la verità è vicina, ma non si lascia prendere.
È con uno spirito di attesa e fiducia che Laura Lamaletto, la madre di Nerino come lo chiamavano gli amici, si accosta all’anniversario della morte del terzo dei suoi quattro figli.
Signora Lamaletto, cinque anni fa, questi erano gli ultimi giorni trascorsi con suo figlio. C’è un ricordo in particolare che l’accompagna?
«Un ricordo di questi giorni, che ho sempre vivo, è quando l’ho salutato il pomeriggio del 5 marzo. L’ho abbracciato come faccio sempre con i figli, ma quella volta non l’ho mollato, e allora Ale mi ha abbracciato anche lui. Ecco, quell’abbraccio me lo porto a vita».
Nei giorni successivi alla scoperta del corpo di suo figlio, sul greto del fosso Vallelunga, lei ha fatto appelli, preghiere, inviti diretti all’assassino a liberarsi la coscienza. Oggi come si sente?
«La mia vita è cambiata. Grazie anche all’aiuto spirituale di don Cristiano Marcucci mi trovo in un cammino di perdono totale, anche nei confronti delle persone coinvolte nell’omicidio di mio figlio».
Quindi ha perdonato?
«Sì ho perdonato tutti, ma la giustizia deve fare il suo corso. Parliamo di rispetto per la vita e della legge».
La Procura ha chiesto l’archiviazione.
«Non so mentire, sì».
Parla di più persone coinvolte nell’omicidio, che le indagini hanno rivelato essere maturato nell’ambiente della microcriminalità locale. Eppure, in questi cinque anni, nessuno ha parlato. Pescara si è dimostrata una città omertosa?
«La parola omertà non mi piace, perché è giudicante. Piuttosto parlerei di paura, è chiaro che chi sa, ha paura di finire come Alessandro, e come si fa a giudicare questo? Parliamo di vita e di morte. Penso che le persone abbiano una coscienza ed è alla loro coscienza che la giustizia deve continuare a rivolgersi. Mi piace credere nella giustizia e continuerò a crederci».
Per Alessandro ci sono state fiaccolate e tante dimostrazioni di affetto, che cosa l’ha colpita in particolare?
«La gente si è immedesimata, vuole ancora sapere che cosa è successo, di cuore, senza morbosità. C’è ancora chi mi riconosce, Alessandro viene nominato ancora, e questo mi fa piacere».
Dopo suo figlio, ad agosto scorso a Pescara c’è stato un altro omicidio, che effetto le ha fatto?
«Da quando Ale è morto non guardo più la televisione, ho saputo di questa cosa, perché me l’hanno raccontata. Ripeto, la giustizia ci deve essere perché deve passare il concetto che la legge va rispettata, e chi non lo fa deve assumersi le sue responsabilità. È un discorso che vale per tutto e per tutti».
Signora Lamaletto, un’ultima domanda: rispetto a quei giorni, nei confronti di suo figlio ha qualche rimpianto?
«Non ho rimpianti, perché negli ultimi due anni di vita di Ale mi sono goduta mio figlio, e lui me. Due anni in cui l’amore fluiva con un senso di gratitudine che ancora mi porto dentro. Ma Ale è sempre con me. Posso andare ovunque, Ale è sempre con me».
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