Oggi lutto cittadino a Cepagatti per l’addio al capitano Di Virgilio

Stamani uffici comunali chiusi al pubblico per i funerali del comandante 64enne vicino alla pensione Un minuto di silenzio nelle scuole e negozi con le saracinesche abbassate. Il nipote: «Amava la bici»
CEPAGATTI. Una giornata di lutto cittadino, a Cepagatti. Per esprimere «il dolore e la profonda commozione» scaturiti dalla morte improvvisa del comandante della polizia locale, il capitano Antonio Di Virgilio, il sindaco Gino Cantò ha disposto per oggi la chiusura al pubblico degli uffici comunali dalle 9.30 alle 12.30, oltre ad invitare le scuole di ogni ordine e grado ad osservare un minuto di silenzio alle 10.30, in concomitanza con l’inizio dei funerali di Di Virgilio, in programma a Nocciano. Nelle sedi comunali la bandiera sarà esposta a mezz’asta. Nell’ordinanza firmata ieri da Cantò per proclamare il lutto cittadino, è stato rivolta un invito a tutti «ad evitare qualunque comportamento che contrasti» con la giornata, mentre ai titolari delle attività commerciali e produttive è stato formulato l’invito ad «abbassare le saracinesche, durante i funerali». Così facendo il Comune ha voluto «manifestare solennemente e tangibilmente il proprio dolore e quello dell’intera comunità per il tragico evento», avvenuto due giorni fa. Di Virgilio, 64 anni, prossimo alla pensione, era a casa, a Nocciano, quando ha avuto un malore ed è stato inutile ogni soccorso. La sua scomparsa, si legge nell’ordinanza di Cantò, «ha scosso profondamente l’amministrazione e i dipendenti e l’intera cittadinanza, per la quale il comandante ha profuso tutta la sua professionalità e abnegazione per venti anni».
«Era una brava persona, un uomo onesto, lavorava con serietà e scrupolo», dice dal Comune Michele Campili, un dipendente del municipio che condivideva con il comandante la passione per la bici. «Era innamorato della bici, come me, e questo amore veniva da lontanissimo, da quando era ragazzo. Usciva regolarmente in bici, fino al giorno stesso in cui è morto, e si è fermato con le gare solo prima del Covid. Lui era uno che vinceva, da dilettante, è stato un valido atleta e si è preso grandi soddisfazioni», dice sempre Campili. “Il cannibale”, lo chiamavano così. Ed era un soprannome scelto a ragion veduta perché c’è stato un periodo in cui «vinceva tanto», racconta il nipote Angelo che ha ereditato la passione dallo zio e proprio da lui, quando aveva 10 anni, ha ricevuto in dono la prima bici. «Era un velocista, e nelle volate era come se non avesse rivali: a 40 anni vinceva sui ragazzi di 20-25 anni. Io avevo ripreso questa dote e mi insegnava i segreti a livello tecnico, mi dava consigli per gli allenamenti, e qualche soddisfazione gliel’ho data». L’ammirazione, mista all’amore, è palpabile. «Lo zio ha fatto il corridore dilettante, con dei piazzamenti importanti nelle gare, poi ha interrotto e quando ha ripreso le gare da amatore ne ha vinte tante, così come ha il vinto campionato italiano per dipendenti comunale». Non si separava mai dalla bici, «forse dopo la famiglia era la cosa più importante della sua vita e appena aveva la possibilità usciva a pedalare. Se andava in vacanza per più di due giorni, se la portava. Pur essendosi rotto la clavicola e pur essendo stato investito, non si è mai fermato. Anzi, diceva che in bici non sentiva alcun dolore. E lì sopra si svagava» ma era inderogabile, per lui, «il rispetto delle regole».

