Omicidio Bucco, il Dna scagiona il tunisino

12 Ottobre 2013

Delitto di via Leopardi a Pescara, non sono dell’operaio ucciso le tracce di sangue trovate su un coltello e su un giubbino del marinaio indagato

PESCARA. La prova del Dna scagiona il tunisino di 31 anni che era stato indagato, come atto dovuto, per l’omicidio di Nicola Bucco. Si torna al punto di partenza nelle indagini per la morte dell’operaio di 53 anni ucciso a coltellate il 14 novembre 2012 nella sua casa in via Leopardi perché anche il terzo indagato, il marinaio Rafik Ben Amri difeso dall’avvocato Enzo Di Lodovico, sta per uscire di scena.

Sono i risultati degli esami del Dna condotti dal professore dell’università di Chieti Liborio Stuppia a escludere il coinvolgimento del tunisino che era stato iscritto sul registro degli indagati come atto dovuto, propedeutico alla perquisizione degli investigatori nella sua casa di Francavilla. Dall’abitazione del marinaio, quel giorno, venne portata via parecchia roba: un giaccone, due paia di scarpe da tennis e due coltelli a serramanico, uno di 20 centimetri e l’altro di 16 centimetri, su cui erano state trovate tracce di sangue. Così, un paio di settimane fa il genetista si è messo al lavoro intanto per capire su quali oggetti erano presenti tracce di sangue e, quindi, per confrontarle con il Dna dell’operaio ucciso. La perizia ha riscontrato la presenza di un Dna – lo stesso – solo su un coltello e sul giubbino concludendo, però, che quel profilo non è compatibile con quello di Bucco e facendo quindi cadere l’accusa di omicidio per il tunisino che, in una dichiarazione spontanea, aveva detto di conoscere Bucco ma si era dichiarato estraneo all’omicidio. Resta ancora irrisolto l’omicidio del porto, quello nella casa in via Leopardi dove Bucco è stato ucciso probabilmente da qualcuno che conosceva perché, nel primo pomeriggio di quel 14 novembre, aprì la porta al suo assassino: l’uomo lo colpì all’addome, alla gola, allo sterno e alla guancia.

Il corpo venne trovato dall’amico Vittorio Massacesi, proprietario di un bar al mercato ittico e che pure, durante le indagini, è stato messo sotto torchio dagli investigatori che, però, non sono riusciti a ricavarne un granché. Dietro la morte di Bucco c’è anche una famiglia che aspetta di sapere da chi è stato a uccidere l’operaio di 53 anni e, in particolare, le tre sorelle difese dall’avvocato Alberto Faccini avevano recentemente lanciato un appello chiedendo ai frequentatori del porto «di vincere la paura e di parlare per rispetto a un amico».

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