Omicidio del bengalese, il racconto dei testimoni

PESCARA. Hanno confermato le loro dichiarazioni i due testimoni oculari dell’omicidio del bengalese Afjal Hossan Khokan, 44 anni, accoltellato il 4 gennaio scorso nel corso di una rissa nata per...
PESCARA. Hanno confermato le loro dichiarazioni i due testimoni oculari dell’omicidio del bengalese Afjal Hossan Khokan, 44 anni, accoltellato il 4 gennaio scorso nel corso di una rissa nata per futili motivi (forse per un vecchio materasso appoggiato al portone d’ingresso della palazzina) sotto la propria abitazione in via Gran Sasso. Lo hanno fatto ieri durante l’incidente probatorio chiesto e ottenuto dal pm Andrea Papalia, titolare dell’inchiesta, per cristallizzare quelle accuse contro il marocchino Brahim Dahbi, 60 anni, ieri presente in aula insieme al suo difensore, l'avvocatessa Rossella Serra.
Davanti al gip Francesco Marino, i due testi hanno raccontato quanto visto quel giorno: una donna nigeriana dal balcone della stessa palazzina abitata da vittima e presunto omicida e un bengalese che aveva prima cercato di sedare gli animi dei litiganti e poi, mentre si allontanava, aveva visto il marocchino sferrare un colpo sulla spalla della vittima. La donna, invece, ha riferito di aver visto il marocchino correre dentro casa (abitazione al piano terra della palazzina) perché inseguito da un bengalese che aveva in mano un tondino di ferro e uscirne subito dopo con qualcosa in mano con la quale avrebbe poi colpito la vittima sul torace. Testimonianze che coinciderebbero con quanto verificato prima in sede di esame esterno e poi nel corso dell’autopsia, dal medico legale Ildo Polidoro che aveva parlato di cinque coltellate contro Afjal, oltre a una bastonata sulla testa. La coltellata alla spalla sarebbe confermata mentre, per quanto riguarda le altre, potrebbero essere una conseguenza della rissa: la vittima potrebbe essere stata colpita più volte nel tentativo di difendersi. Mentre la bastonata in testa potrebbe essere stata inferta per errore da un altro bengalese che voleva forse colpire il marocchino.
L’arrestato, sin dall’interrogatorio di garanzia, aveva comunque sostenuto di non aver colpito la vittima con il suo coltello, ma che a farlo sarebbe stato un suo connazionale, che sarebbe anche in grado di riconoscere. Nella stessa giornata, lo ricordiamo, i carabinieri intervenuti, dopo l’arresto del marocchino eseguirono una perquisizione nella stanza che lo stesso occupa in quella palazzina (tutta abitata da stranieri) e sequestrarono un coltello da cucina che sarebbe stato lavato, oltre ad una serie di indumenti che presentavano tracce di sangue. Tutto materiale finito nelle mani dei carabinieri del Ris che hanno preso 60 giorni di tempo per rispondere ai quesiti del pm Papalia: per accertare se su quel coltello ci sono le tracce di sangue della vittima, così come sugli indumenti. Una circostanza che potrebbe far chiudere il cerchio dell'accusa anche se la procura sta eseguendo altri accertamenti e verifiche a supporto della tesi accusatoria contro il marocchino. (m.cir.)

