Omicidio di Montesilvano: "arrestate Fantauzzi", ma lui è sempre latitante

Ordine di custodia per il pizzaiolo accusato di aver ucciso il rom di 21 anni. Il racconto del testimone: "Dopo la lite l’ho calmato e portato a casa, io non c’entro". Picchiata in carcere la sorella del ricercato. E il questore chiude per due mesi il pub
PESCARA. Massimo Fantauzzi, 46 anni di Montesilvano, pizzaiolo con un lupo tatuato sul petto e la passione per le armi. Tanto da pubblicare sulla sua pagina Facebook una foto in cui prende la mira con un fucile. È lui il presunto assassino di Antonio Bevilacqua, il rom di 21 anni ucciso con un colpo di fucile in faccia all’interno di un pub di via Verrotti a Montesilvano nella notte tra venerdì e sabato. Di Fantauzzi non ci sono tracce dalla notte del delitto: sarebbe fuggito a bordo della sua moto, una Honda Cbr 600, e con sé potrebbe avere ancora il fucile. Un uomo solo che non si trova da 6 giorni: nelle campagne del Pescarese e anche fuori dall’Abruzzo lo cercano le forze dell’ordine e anche gli amici del rom ammazzato, gli stessi che hanno messo una taglia sulla sua testa pur di mettergli le mani addosso prima degli altri.
Il racconto del supertestimone. Un colpo di fucile sparato da circa mezzo metro di distanza per vendicare un’offesa subita. A indicare Fantauzzi come presunto autore del delitto e a inquadrare il possibile movente è un testimone chiave, ascoltato dai carabinieri e dal pm Paolo Pompa insieme al suo avvocato ma non indagato: «Massimo e Bevilacqua stavano litigando davanti al locale. Si sono pure spinti e, per evitare che finisse a botte», racconta il testimone, un 58enne di Pescara, già implicato in passato in un altro omicidio, «io l’ho preso di peso e l’ho fatto salire nella mia macchina. Gli ho detto: ma te la stai a prendere con un ragazzino di vent’anni? Lì per lì Massimo era arrabbiato e diceva: ma tu guarda che cosa devo sentire». Il riferimento è a un’offesa: Bevilacqua gli avrebbe detto «infame» o forse una frase del «non vali un c. di niente». Ma perché Bevilacqua avrebbe definito così Fantauzzi? Il testimone dice di non saperlo: «Dei rapporti tra loro non so niente».
«A casa era calmo». La versione del testimone, che si chiama fuori da ogni coinvolgimento nel delitto, continua: «Poi, però, mentre lo riportavo a casa, Massimo si è tranquillizzato. Quando siamo entrati a casa sua, a Montesilvano colle, Massimo era calmo. È andato al bagno, siamo rimasti un po’ di tempo, 5-10 minuti, poi io me ne sono andato. Lui mi ha accompagnato all’uscita e io gli ho detto: mo’ vatti a dormire e ci vediamo domani. Sono salito sulla mia macchina da solo e sono tornato verso il pub per pagare il conto delle birre che avevamo preso e per chiedere scusa al titolare». In un video acquisito dai carabinieri si vedrebbe il testimone in auto da solo. Fantauzzi, invece, sarebbe arrivato in zona con la sua moto e l’avrebbe parcheggiata in uno spazio al buio: «Quando sono arrivato in via Verrotti, stavo camminando per entrare al pub e mi sono visto una persona arrivare da dietro».
L’irruzione. Nella ripresa della telecamera del pub si nota un contatto tra i due. «Con la mano destra mi ha spostato, quasi per bloccarmi. Aveva un cappuccio e un passamontagna: il fucile non l’ho visto subito. Mi sono ghiacciato e non ho capito niente, poi, ho sentito lo sparo e sono scappato». Agli investigatori, il testimone riferisce di non aver riconosciuto immediatamente il killer a causa del passamontagna e del cappuccio. E poi a causa di un altro dettaglio: secondo il testimone, l’assassino indossava vestiti diversi e rispetto a quelli che portava poco prima Fantauzzi.
«Non potevo sapere». Nel faccia a faccia con i carabinieri e con il pm, il testimone assicura: «Non potevo sospettare che quello sarebbe tornato al pub armato. Quando l’ho lasciato a casa era tranquillo. Se avessi pensato che poteva fare una cosa del genere, non l’avrei portato a casa ma l’avrei fatto venire a casa mia. Mai avrei potuto immaginare una simile reazione».
«Io non c’entro». Agli investigatori il supertestimone dice che non c’entra niente con il delitto Bevilacqua: racconta che quando quella persona lo ha toccato davanti al pub non era un saluto né un cenno di intesa. «Quello mi ha bloccato. E meno male che non sono entrato nel pub, altrimenti poteva uccidere anche me».
Sotto accusa. Finora, nell’inchiesta sul delitto, Fantauzzi è l’unico sospettato e gira intorno a lui la richiesta di arresto trasmessa al gip Gianluca Sarandrea. Ma l’indagine è soltanto ai primi passi e potrebbe portare a nuovi sviluppi con nuove contestazioni. Ma se non si trova Fantauzzi ogni strada resta sbarrata.
Il questore chiude il pub per due mesi. Chiuso per due mesi il risto pub "Birra Mi" di Montesilvano, dove nella notte tra venerdì e sabato scorsi è stato ucciso il 21enne Antonio Bevilacqua. I carabinieri della locale Compagnia stamani hanno eseguito il relativo provvedimento emesso dal Questore di Pescara ai sensi dell'articolo 100 del Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza. La richiesta di sospensione dell'attività era stata proposta dagli stessi militari dell'Arma. Provvedimento analogo nei confronti della sala slot che si trova accanto al pub. Oltre all'omicidio, in precedenza i due locali erano già stati oggetto di costanti e frequenti controlli da parte dei carabinieri che avevano accertato come le attività fossero divenute luoghi di aggregazione di pregiudicati e di persone con precedenti di polizia. L'omicidio, spiegano i carabinieri, ha rappresentato il «momento culminante di tali critiche situazioni». Intanto proseguono le ricerche del presunto killer, Massimo Fantauzzi, 46 anni, che ha fatto perdere le sue tracce dalla notte del delitto. Avrebbe ucciso il 21enne, con un colpo di fucile al volto. Dopo una lite nel locale, si sarebbe allontanato per poi tornare con l'arma e con il viso coperto da passamontagna.
Enrico Spinelli: basta con le contrapposizioni. Anche la comunità rom si schiera contro razzismi e violenza. Intervista da Rete8, Enrico Spinelli, 37 anni, operaio specializzato, componente di una delle famiglie storiche dei rom di Pescara, ha lanciato un appello per una reale riconciliazione.
“Eccoci di nuovo qua a parlare di questa assurda separazione tra, come dicono in molti, i civili e gli zingari – esordisce Spinelli al microfono del Tg8 – sono anni che aspiriamo ad una completa integrazione ma ci scontriamo sempre più spesso con sacche di resistenza che hanno un approccio razzista nei nostri confronti. Siamo qui a piangere la morte di un giovane di 20 anni a pochi mesi da un’altra tragedia, quella del giovane Manuel accoltellato ad Alba Adriatica, ed invece di predicare calma e serenità si corre il rischio di gettare ancora benzina sul fuoco. Basta guerre e contrapposizioni, io e la mia gente siamo innanzitutto cittadini italiani con i nostri diritti e doveri e nella vita, ognuno come può, vuole dare il suo contributo lavorando anche duramente, come sono stato io educato a fare, anche se spesso, nei colloqui di lavoro, appena leggono il cognome, anche se sei altamente qualificato, ti chiudono le porte in faccia". E infine ha aggiunto: “Tutti commettono sbagli – fa notare Enrico –, ma i nostri pesano cento volte di più per il cognome che portiamo e per la cultura di cui facciamo parte. I rom non sono solo ladri, spacciatori o usurai, così come gli italiani non sono solo mafiosi e camorristi, tanti tra di noi, soprattutto i più giovani, desiderano integrarsi, e non chiedono altro che poter disporre delle stesse possibilità degli altri. L’appello che voglio lanciare é quello di una reale riconciliazione con la speranza che un giorno possiamo vivere tutti in pace e serenità come tra l’altro cerco di fare io con i tantissimi amici che ho a Pescara e che mi dimostrano il loro affetto infischiandosene del cognome che porto".


