Operaio morto in Sicilia L’abate: i datori di lavoro non pensino solo ai soldi

Monito di don Francesco davanti alla folla in lacrime per Colasante «Nei cantieri si torni a operare in sicurezza, mai più sfruttamento»
PESCARA. «Chissà se ce la faccio» è lo sfogo di papà Fabrizio, in lacrime, a don Francesco Santuccione che dal pulpito gli risponde: «Sì, ce la farai. Ce la farete, il Signore illuminerà il vostro cammino».
IL DURO MONITO Il sacerdote ha scelto con cura le parole per infondere coraggio alla famiglia di Francesco Colasante, ucciso da un rogo in un cantiere in Sicilia otto giorni fa. Una famiglia straziata dal dolore, circondata dal calore e dall'affetto di centinaia di giovani, compagni e amici, che hanno gremito la cattedrale ieri mattina durante i funerali del 25enne pescarese. Dal pulpito, l'abate di San Cetteo ha lanciato un duro monito ai datori di lavoro.
NO SFRUTTAMENTO «Chi ha la responsabilità di gestire il lavoro», ha bacchettato don Santuccione, «deve preferire la persona ai soldi. Nei cantieri si deve operare in sicurezza, mai più sfruttamento. E ora dobbiamo pregare affinché simili incidenti non abbiano più a ripetersi».
Francesco Colasante è deceduto a Troina, il 18 agosto scorso. Nel tentativo di mettersi in salvo nel cantiere edile dove stava lavorando, secondo le prime ricostruzioni, sarebbe caduto a terra fratturandosi una caviglia. Mentre gli altri compagni di lavoro hanno avuto la possibilità di allontanarsi, le fiamme del rogo scoppiato all'improvviso avrebbero avvolto l'operaio senza lasciargli scampo.
PORTATO DAI COLLEGHI Sono stati i colleghi (tutti hanno indossato una maglietta azzurra) ieri mattina alle 10, a portare il feretro dell'amico in spalla, fin dentro la cattedrale di Porta Nuova che scoppiava di volti stanchi e addolorati. Muniti di mascherina, è stato, però, difficilissimo rispettare il distanziamento imposto dalle normative anti Covid. La bara era ricoperta da un fascio di rose rosse.
Commosse, provate, gli occhi lucidi, le centinaia di persone, 400-500, radunate sul sagrato della cattedrale, non hanno lasciato mai soli i genitori di Francesco. Papà Fabrizio che abbraccia tutti per attingere la forza per andare avanti e che poi si avvicina alla bara del figlio, porta la mano alla bocca e mima un gesto come a dire: “Che mi hai combinato”. Soffocata dall'amore di familiari e conoscenti è anche mamma Roberta Rossoni, apparentemente imperturbabile, ma lei sola conosce l'inferno che ha dentro.
GIOVANI IN LACRIME Distrutti dal dolore i fratelli, Alessandro, Federica e Asia, stretti l'uno all'altro per darsi coraggio. Intorno a loro tantissimi giovani abbandonati a un pianto dirotto. Tra la folla, a dare conforto alla famiglia residente a Pescara, il sindaco Carlo Masci.
«Accompagniamo Francesco in questa tragedia senza fine», ha detto il parroco nell'omelia. E, rivolto alla famiglia: «Quando un figlio ci lascia in maniera così improvvisa, un pezzo di noi si stacca. E' un dolore grande, quello che provate: che il Signore vi dia una grazia grande. Totò dice che la morte è una livella. Non sappiamo mai quando arriva, ma arriva di sicuro. Possiamo piangere, ora, ma non disperarci perché l'ultima parola di Dio è la resurrezione e la vita», ha chiuso don Francesco Santuccione.
PALLONCINI BIANCHI Il volo dei palloncini bianchi, poco dopo le 11, ha concluso il composto rito funebre accompagnato dai canti e dalle Ave Maria intonate dal soprano Marilena Sirolli di Villa Santa Maria e dall'organista Peppino Masciarelli. La salma di Francesco Colasante riposa nel cimitero di San Silvestro.
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