Operatori sanitari: il 54% soffre di stress da lavoro

Lo studio della facoltà di psicologia della D’Annunzio su chi opera in prima linea La metà chiede l’aiuto di uno specialista. Donne e giovani sono i più esposti
CHIETI. Più della metà degli operatori sanitari in prima linea per l’emergenza Covid, precisamente il 54%, ha bisogno di un supporto psicologico. I soggetti più vulnerabili sono gli infermieri, gli operatori socio sanitari, le donne, i più giovani e tutti quelle che prestano servizio nelle zone maggiormente colpite dall’epidemia. Restringendo il campo all’Abruzzo, il 25,3% degli operatori sanitari della nostra regione ha sentito il bisogno di essere supportato psicologicamente.
È questa la situazione fotografata dai risultati dell’indagine sull’impatto del Covid sulla salute del personale sanitario condotta dalla facoltà di Psicologia clinica dell’università Gabriele d’Annunzio di Chieti durante il lockdown di primavera.
LO STUDIO. È stato portato avanti dai docenti Chiara Conti e Piero Porcelli e dai ricercatori Lilybeth Fontanesi, Roberta Lanzara e Ilenia Rosa e pubblicato sulla rivista statunitense PloS One. Ha coinvolto circa 1.120 professionisti della sanità italiana, di cui la maggior parte donne (circa il 77%). Si tratta di infermieri (41%), medici (22%), Oss (20%), tecnici e operatori (17%) impegnati sia nelle prime linee ospedaliere e della medicina di base che nelle retrovie dei laboratori e dell’assistenza.
I numeri raccontano che la pandemia ha avuto un impatto significativo sulla salute psicologica del personale sanitario. Il 54% degli operatori in prima linea ha dichiarato il bisogno di ricevere supporto psicologico, ma di questi la metà non ha avuto la possibilità di accedere ad alcun servizio. Il 58% ha denunciato sintomi di depressione, il 57% di ansia, il 56% sintomi post-traumatici e il 35% ha affermato di sentire compromessa la propria efficacia lavorativa.
Il 61% degli operatori ha subito almeno una perdita tra pazienti, familiari e colleghi. Il 6% è stato contagiato, ma ben il 50% non ne è a conoscenza per via della bassa accessibilità alle profilassi diagnostiche. Tra questi sono aumentati sintomi di ansia e di perdita di interesse per il proprio lavoro.
I DATI IN ABRUZZO. Sono incisivi anche nella nostra regione. L’indagine relativa all’Abruzzo coinvolge 237 operatori del mondo della sanità: 45.6% infermieri, 35.4% medici, 8% operatori socio-sanitari e 10,9% tecnici. Tra loro il 45.1% ha subito almeno un decesso tra pazienti, familiari o conoscenti. Il 25.3% di tutti gli operatori sanitari abruzzesi ha sentito necessità di supporto psicologico.
Restringendo il campione agli operatori in prima linea (184), cioè quelli che lavorano nei reparti Covid a stretto contatto con i pazienti positivi, sale al 52,2% il numero di chi ha subito almeno un decesso tra pazienti, familiari o conoscenti.
Tra questi il 27,2% di tutti gli operatori sanitari abruzzesi ha sentito necessità di supporto psicologico. Il 19.6% per sintomi depressivi; il 28.3% per sintomi di ansia; il 51.1% per sintomi post-traumatici; e il 23.9% sintomi di burnout.
I dati segnalano l’urgenza di interventi di supporto psicologico finalizzati a sostenere gli operatori che quotidianamente si confrontano con l’emergenza e a ridurne il carico emotivo e il burnout, cioè lo stress lavorativo. Un’esigenza che questi mesi di seconda ondata stanno decisamente rafforzando.
Numeri che descrivono il dietro le quinte della lotta al Covid-19 di chi nasconde le proprie fragilità dietro un camice e una mascherina. «Numeri che sono un tassello importante nel quadro di responsabilità sociale che ogni cittadino è chiamato ad assumersi nel contrasto al contagio», spiegano i docenti di Psicologia, autori dell’indagine.
SOLDATI IN PRIMA LINEA. Li definisce così il professor Piero Porcelli, ordinario di Psicologia clinica dell’università d’Annunzio. Sono medici, infermieri, operatori sanitari che hanno faticato in corsia e sul territorio offrendo cure e assistenza alle migliaia di malati di Covid, cercando di non lasciare troppo indietro anche tutti gli altri malati che, nel frattempo, non potevano essere abbandonati.
«L’obiettivo della nostra indagine è stato quello di mettere in evidenza la necessità di tutelare il benessere di chi si occupa della nostra salute», spiega il professor Porcelli. «Siamo tutti in debito verso coloro che affrontano ogni giorno l’emergenza Covid-19 con rinnovata dedizione, coraggio e forza di volontà anche in questa seconda ondata».
«C’è chi li chiama eroi o angeli custodi», conclude il professor Porcelli. «Io li chiamo soldati in prima linea: medici, infermieri, tecnici, professionisti vari della sanità, persone quasi sempre anonime perché impegnate nel duro lavoro sul campo dove i momenti di gloria sono pochi e il prezzo da pagare è alto, come evidenzia la nostra indagine».
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